La corsa all’energia solare spaziale ha trovato un nuovo protagonista, e arriva dalla Cina con un progetto che porta il nome di Zhuri. Per anni gli Stati Uniti hanno lavorato a metodi per ricavare energia direttamente dallo spazio, ma adesso anche Pechino è scesa in campo con qualcosa che, stando alle prime prove, funziona davvero. L’idea di base è affascinante quanto semplice da capire. Catturare la luce del Sole lassù, dove la densità energetica è circa sei volte maggiore rispetto alla superficie terrestre, e dove non esistono nuvole, pioggia o notti a interrompere il flusso.
L’Università di Xidian ha già iniziato a lavorare su Zhuri, che in cinese significa qualcosa come “inseguire il Sole”. Un nome poetico per un progetto piuttosto concreto. Dopo aver presentato diverse proposte, la Cina ha scelto questa strada, decisa a non restare indietro nella più grande sfida energetica del secolo.
Zhuri: come funziona il sistema che insegue il Sole
Il meccanismo prevede vari passaggi, ma il cuore di tutto è uno specchio a forma di cupola da 4,8 metri, sospeso su una torre alta 75 metri. Questo specchio concentra la luce solare su una serie di pannelli, simili a quelli che troviamo sui tetti delle nostre case. Da lì si ottiene elettricità, che però non può essere trasmessa così com’è attraverso lo spazio. E qui arriva il passaggio chiave. L’energia viene convertita in microonde, che viaggiano in modo molto più efficiente. Una volta arrivate a destinazione, finiscono su un’antenna speciale chiamata rectenna, capace di ritrasformare quelle microonde in corrente continua. Ed è proprio quella l’elettricità che raggiunge la Terra.
Oltre agli specchi, i ricercatori hanno sperimentato anche lenti di Fresnel larghe da 2 a 7 metri, che mettono a fuoco la luce con maggiore precisione e meno spreco di materiali. C’è perfino l’uso di liquidi refrigeranti per gestire il calore solare ed evitare qualche grattacapo di troppo. Le prime prove hanno dato risultati incoraggianti, con energia generata nell’ordine dei kilowatt. Numeri ancora piccoli, certo, ma molto promettenti per una fase iniziale.
Una competizione che coinvolge mezzo mondo
La Cina non gioca da sola in questa partita. Negli Stati Uniti il Caltech porta avanti ricerche dal 2013 e ha già realizzato esperimenti in orbita nel 2023. Anche aziende private come Meta puntano ad alimentare i propri data center con energia solare spaziale entro il 2030. E poi c’è il governo americano, con il progetto ARACHNE della Aeronautica militare. In Europa l’ESA porta avanti Solaris, mentre il Regno Unito ha Space Solar, entrambi attesi al via per il 2030. Il Giappone, dal canto suo, studia questo campo da decenni ed è stato tra i primi a testare la trasmissione di energia senza fili.
Attenzione però a non confondere tutto questo con Reflect Orbital, un altro progetto statunitense ben più controverso. In quel caso a raggiungere la Terra non è l’elettricità, ma la luce solare vera e propria, “spremuta” persino di notte. Obiettivo simile, ma con mezzi completamente diversi.
I problemi non mancano per nessuno. Tutti i Paesi coinvolti si scontrano con le stesse difficoltà. Dispiegare strutture pieghevoli o autoassemblanti, puntare le microonde con precisione, garantire la sicurezza dei fasci sia per l’ambiente sia per gli aerei che potrebbero attraversare la zona. Per aggirare alcuni di questi ostacoli, la Cina ha scelto di usare unità modulari che volano in formazione, invece di un’unica struttura enorme. Così la resistenza migliora e la manutenzione diventa più semplice.
Sul fronte degli obiettivi a breve termine, l’idea finale resta portare energia solare ovunque sulla Terra. Per ora però si va con i piedi di piombo, puntando a traguardi intermedi come la ricarica senza fili dei satelliti in orbita o il rifornimento delle future basi lunari, sia in orbita sia sulla superficie della Luna.