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Un campione di DNA antico vecchio di 22.000 anni, estratto non da ossa o denti ma dal sedimento di una grotta, sta aiutando a ricostruire l’identità dei cacciatori e raccoglitori dell’era glaciale che popolavano l’Europa. Il quadro che ne esce racconta comunità meno chiuse di quanto si immaginasse, almeno fino a quando il freddo non ha raggiunto il suo momento più duro.
Il dato più interessante riguarda i rapporti tra le due metà del continente. Le popolazioni dell’Europa orientale e occidentale risultano infatti meno isolate di quanto si pensasse finora. Per molto tempo l’immagine dominante è stata quella di gruppi umani separati, ciascuno chiuso nel proprio territorio e con pochi contatti con il resto del continente. Le nuove tracce genetiche suggeriscono invece una situazione più fluida, con legami che attraversavano l’Europa da un capo all’altro.
Il valore del DNA recuperato dal terreno
A rendere la scoperta particolare è soprattutto il punto di partenza. Il DNA dei sedimenti non proviene da uno scheletro o da un reperto umano conservato, ma dal materiale accumulato nel suolo della cavità. Si tratta di un approccio che permette di leggere tracce genetiche anche in quei luoghi dove i resti fisici delle persone non ci sono o non sono arrivati fino a oggi in buone condizioni.
Per chi studia la preistoria è un vantaggio enorme. Le grotte sono state rifugi, accampamenti e punti di passaggio per migliaia di anni, e il terreno che le ricopre conserva una sorta di archivio silenzioso di chi le ha frequentate. Riuscire a estrarre informazioni genetiche da questo materiale significa ampliare di molto il numero di siti utili per capire chi viveva in Europa durante l’era glaciale e come si muoveva sul territorio.
Nel caso specifico, il campione risale a circa 22.000 anni fa e contribuisce a dare un’identità più precisa a quei cacciatori raccoglitori che affrontavano un ambiente estremamente ostile. Non è poco, considerando quanto siano frammentarie le testimonianze di quell’epoca.
Il picco del freddo e la fine dei contatti
C’è però un momento in cui le cose cambiano. La relativa apertura tra le comunità dell’est e dell’ovest sembra essere durata fino all’arrivo del picco dell’era glaciale, la fase in cui il clima ha toccato le condizioni più rigide. È a quel punto che i collegamenti tra le due aree del continente appaiono interrompersi, con un isolamento che prima non era così marcato.
Il dettaglio è importante perché ribalta in parte la prospettiva. Per lungo tempo la separazione tra i gruppi umani europei è stata considerata quasi una condizione di partenza. Le nuove analisi indicano invece che si è trattato di una conseguenza, legata al momento in cui il freddo ha reso più difficili gli spostamenti e la vita stessa in ampie zone dell’Europa.
In altre parole, prima del culmine glaciale le popolazioni europee erano più connesse di quanto si credesse. È stato il peggioramento estremo delle condizioni climatiche a spingerle verso una maggiore separazione, e il DNA antico recuperato dalla grotta, con i suoi 22.000 anni, è uno degli elementi che hanno permesso di rimettere in fila questa sequenza di eventi.
Fonte: TecnoAndroid


