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Dazi USA sui droni al 100%: DJI colpita, Europa al 15%

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I droni importati negli Stati Uniti finiscono di nuovo nel mirino di Washington, e questa volta il colpo arriva dal lato più pesante, quello economico: un dazio del 100% su alcune categorie di velivoli senza pilota, firmato da Donald Trump con il solito richiamo alla sicurezza nazionale. Il provvedimento arriva dopo il ban entrato in scena a fine dicembre 2025 e completa un quadro che, negli ultimi mesi, ha reso il mercato statunitense sempre più ostile ai produttori esteri. Non tutti i modelli però vengono trattati allo stesso modo, e nemmeno tutti i paesi di provenienza.

La linea di demarcazione principale riguarda il peso e le capacità tecniche. Secondo quanto stabilito dopo l’indagine del Dipartimento del Commercio, i droni con peso superiore a 25 Kg e quelli che integrano fotocamere termiche, comprese le parti di ricambio, subiranno il dazio pieno al 100%. La motivazione ufficiale è che si tratta di caratteristiche potenzialmente pericolose per la sicurezza degli Stati Uniti. Per i modelli più leggeri, sotto i 25 Kg, la tariffa scende al 25%, che resta comunque una batosta per chi importa.

Il peso conta, la nazionalità del produttore anche

C’è poi un secondo livello di lettura, quello geografico. I droni e i relativi componenti provenienti da Unione Europea, Giappone, Liechtenstein, Corea del Sud, Svizzera e Taiwan pagheranno un dazio del 15%. Il Regno Unito ottiene un trattamento ancora più morbido, con una tariffa del 10%. La condizione, però, non è banale: la quasi totalità di hardware, software e tecnologia deve arrivare da quei paesi o dagli Stati Uniti stessi. Tradotto, chi assembla in Europa usando componenti prodotti altrove rischia di non rientrare nel regime agevolato.

Le tempistiche sono già fissate. I nuovi dazi entreranno in vigore tra 21 giorni, mentre per i droni inseriti nella Covered List della FCC il termine si allunga a 180 giorni. Quella lista, compilata dalla Federal Communications Commission, è il vero antefatto di tutta la vicenda: il 22 dicembre 2025 i droni prodotti all’estero e importati negli Stati Uniti ci sono finiti dentro, con tutte le conseguenze che comporta in termini di autorizzazioni e commercializzazione. DJI, il principale produttore cinese e leader globale del settore, ha reagito portando la FCC in tribunale a fine febbraio 2026. Sul tavolo del governo statunitense resterebbe inoltre l’ipotesi di estendere il divieto anche ai modelli già presenti sul mercato, quelli venduti prima dell’inserimento nella lista.

Chi produce in America non paga nulla

Le aziende che fabbricano droni direttamente sul territorio statunitense sono naturalmente escluse da qualsiasi tariffa, e questo chiarisce bene l’obiettivo dell’operazione: spingere la produzione dentro i confini nazionali, rendendo l’importazione economicamente insostenibile. Il riferimento normativo scelto per l’occasione è la Section 232 del Trade Expansion Act, una legge del 1962 che consente al presidente di intervenire sulle importazioni quando queste vengono considerate una minaccia per la sicurezza del paese.

La scelta di quello strumento giuridico non è casuale. La Corte Suprema ha infatti dichiarato illegali i dazi annunciati l’anno precedente, basati su presupposti differenti, e molte aziende hanno ottenuto un rimborso dal governo federale. Rimborso che, va detto, non è stato girato ai consumatori: chi aveva pagato di più al momento dell’acquisto non ha rivisto un centesimo. Utilizzando la Section 232, l’amministrazione punta su una base legale storicamente più solida e meno esposta a contestazioni davanti ai giudici. Per il settore dei droni civili e professionali le conseguenze sono facilmente immaginabili. I modelli industriali di grande formato e quelli dotati di sensori termici, largamente utilizzati in ambiti come ispezioni, agricoltura e sicurezza, diventeranno molto più costosi negli Stati Uniti. E chi finora si affidava a fornitori asiatici dovrà ricalcolare tutto, tra tariffe, restrizioni della Covered List e la causa DJI ancora aperta.

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