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Data center, uno su quattro sorge dove l’acqua scarseggia

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Un data center su quattro nel mondo si trova in zone dove l’acqua scarseggia già oggi. È il dato più netto emerso da un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori guidato da un team della Carnegie Institution for Science, negli Stati Uniti, che ha sollevato diverse preoccupazioni sull’impatto ambientale delle nuove tecnologie, intelligenza artificiale compresa. Detto in parole semplici, una fetta consistente delle strutture che fanno girare i servizi digitali poggia su territori già alle prese con la scarsità idrica.

Il punto di partenza dell’analisi è abbastanza intuitivo. Secondo gli autori la crescita veloce dei servizi online sta spingendo verso l’alto la richiesta di calcolo ad alte prestazioni all’interno di queste infrastrutture, e tutto questo finisce per pesare sulle risorse naturali del territorio circostante, soprattutto energia e acqua. Più potenza di elaborazione significa più impianti, più macchine da alimentare e da raffreddare, quindi una domanda crescente proprio di quei beni che in molte aree sono già limitati.

Una mappa che prima non esisteva

Per capire quanto sia esteso il fenomeno i ricercatori hanno preso in esame tutti i 9347 data center attualmente identificati a livello mondiale, valutando la loro esposizione presente e futura a condizioni di carenza d’acqua. Con questa espressione gli studiosi indicano le aree in cui la domanda di acqua supera l’offerta disponibile, una situazione che porta a un consumo insostenibile e a un aumento dello stress idrico. Non si tratta quindi di semplici zone aride, ma di luoghi in cui le risorse vengono prelevate più in fretta di quanto riescano a rinnovarsi.

Lorenzo Rosa, scienziato ambientale della Carnegie Institution for Science e autore principale della ricerca, ha spiegato perché è stato necessario costruire questo strumento da zero. “L’impronta energetica dei data center è stata quantificata in dettaglio perché l’elettricità viene misurata e registrata. La scarsità d’acqua, invece, viene misurata a livello locale, in modo incoerente e spesso non viene misurata affatto. Quindi abbiamo creato questa mappa perché non esisteva”, ha dichiarato. In pratica, mentre i consumi elettrici di questi centri sono noti e tracciati con precisione, sul fronte delle risorse idriche mancava un quadro complessivo e confrontabile tra i diversi Paesi.

Impianti costruiti accanto a città e campi

Uno degli aspetti più delicati riguarda la collocazione geografica di queste strutture. Rosa lo ha detto senza troppi giri di parole: “Questi impianti non sorgono in paesaggi deserti. Sorgono sopra le riserve idriche di città e aziende agricole”. Significa che i centri di elaborazione dati condividono le stesse fonti da cui attingono abitanti e coltivazioni, entrando di fatto in competizione con loro per l’accesso all’acqua. Con ogni probabilità la scelta di queste località è legata a ragioni economiche, perché si tratta della soluzione meno costosa, ma per l’ambiente il conto rischia di essere salato.

I numeri ricavati dalla mappa danno una misura concreta del problema. Circa il 25% dei data center analizzati si trova in aree che soffrono di stress idrico per almeno un mese all’anno, una quota che corrisponde appunto a una struttura su quattro. Esiste poi un gruppo più ristretto ma ancora più esposto, perché circa il 6% degli impianti sorge in zone che fanno i conti con la carenza d’acqua per la maggior parte dell’anno.

Fonte: TecnoAndroid

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