Data center sotto accusa a Seattle, dove il consiglio comunale si trova davanti a una scelta che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata impensabile in una delle capitali tecnologiche degli Stati Uniti. Sul tavolo c’è una moratoria di un anno che bloccherebbe la costruzione di nuovi, enormi centri di elaborazione dati. E la cosa interessante è chi sta spingendo per fermare tutto: non comitati di cittadini generici, ma lavoratori del settore tech e dell’intelligenza artificiale, alcuni dei quali hanno passato anni dentro Amazon.
A far scattare la protesta sono stati soprattutto i numeri. Cinque nuove strutture, da sole, avrebbero richiesto 369 megawatt. Per capirci, parliamo di dieci volte il fabbisogno complessivo della trentina di data center già attivi in città. Una cifra che, messa nero su bianco, ha fatto storcere il naso anche a chi questo mondo lo conosce dall’interno.
Perché proprio chi lavora nella tecnologia vuole frenare
Il paradosso è proprio questo. A chiedere lo stop sono persone che con il digitale ci vivono. Diversi dipendenti Amazon si sono presentati alle riunioni del consiglio comunale per dire la loro, e il messaggio è stato piuttosto diretto: il boom dell’AI ha innescato una corsa alla costruzione di infrastrutture senza che nessuno si sia fermato a pensare davvero alle conseguenze ambientali e sociali.
C’è poi un punto che pesa parecchio. Alcuni dei grandi nomi della tecnologia avevano preso impegni precisi sul fronte climatico, obiettivi sbandierati con orgoglio fino a poco tempo fa. Adesso quegli stessi colossi sembrano aver cambiato priorità, mettendo davanti a tutto la crescita della capacità di calcolo. E quando a notarlo è chi sta dentro le aziende, il segnale diventa difficile da ignorare.
Cosa preoccupa davvero i cittadini di Seattle
Il nocciolo della questione, per chi vive in città, è una parola sola: aumenta. Aumenta il fabbisogno energetico della zona, con il rischio concreto che salgano i costi dell’energia elettrica per tutti. Aumenta la richiesta di acqua, perché quei computer potentissimi vanno raffreddati e l’acqua serve in quantità enormi. Aumenta l’inquinamento sonoro nei dintorni delle strutture. E aumenta anche il suolo occupato, con possibili contraccolpi sul mercato immobiliare locale.
Il costo ambientale di queste strutture, insomma, è tutt’altro che trascurabile. Ed è proprio questo a far muovere chi sostiene la moratoria. Le richieste, peraltro, non puntano a vietare tutto per sempre. Chi appoggia il blocco di un anno chiede piuttosto regole più severe sulle concessioni.
Tra le proposte sul tavolo c’è l’obbligo, per chiunque voglia costruire, di affidarsi molto di più alle energie rinnovabili. Poi si chiede trasparenza vera sulla rendicontazione dei consumi di acqua e corrente, niente più dati nascosti o approssimativi. E ancora, investimenti concreti nelle reti elettriche, nei sistemi di trasmissione e in quelli di accumulo, così da non scaricare l’intero peso di queste infrastrutture sulle spalle della rete cittadina già esistente.