Made in EU potrebbe presto significare anche automobili costruite in Giappone e Corea del Sud, oltre che nel Regno Unito. È un cambio di rotta piuttosto sorprendente, che arriva da Bruxelles e che, a leggerlo bene, suona quasi come una resa parziale: l’Europa, da sola, fatica a tenere testa alla concorrenza cinese. E allora apre le porte a qualche alleato di fiducia.
La storia è questa. Le regole del cosiddetto Buy European, racchiuse nell’Industrial Accelerator Act, stabiliscono che gli aiuti di Stato possano andare soltanto ai veicoli prodotti nel territorio europeo. Il piano originale, quello pensato a tavolino, riservava il beneficio ai soli costruttori del Vecchio Continente. Adesso le maglie si allargano, e dentro ci potrebbero finire i cosiddetti Trusted Partners, ossia Regno Unito, Giappone e Corea del Sud. Un’apertura non da poco, considerando da dove si era partiti.
Perché le aziende contano più di quanto si pensi
Gran parte dell’impianto del Made in EU ruota attorno alle auto aziendali e alle flotte societarie. E ha senso, se si guardano i numeri: circa il 60 per cento dei veicoli immatricolati di recente nella regione viene acquistato da imprese, non da privati. Sotto queste norme, le auto che rientrano nei requisiti possono accedere a benefici fiscali, compreso lo sgravio sulla tassazione delle auto aziendali. Roba che pesa, eccome, nei conti dei costruttori.
Per i produttori di Regno Unito, Giappone e Corea del Sud si tratta di una notizia ottima, senza giri di parole. Diventa un’arma in più contro la concorrenza cinese e contro quella politica di sovracapacità produttiva che da tempo preoccupa l’industria europea. E per il settore automobilistico britannico, in particolare, potrebbe rivelarsi una vera ancora di salvezza. Il comparto vive su un terreno instabile da quasi tutto l’ultimo decennio, da quando cioè il Paese ha lasciato l’Unione Europea con la Brexit.
Il nodo Nissan e la fabbrica di Sunderland
C’è poi il caso che ha fatto rumore. Nissan aveva avvertito il primo ministro britannico Keir Starmer che, con la spinta del Buy European così com’era, avrebbe dovuto chiudere lo stabilimento di Sunderland. Una minaccia concreta, di quelle che pesano sull’occupazione e sull’intero indotto. L’inclusione dei Paesi partner nel nuovo schema potrebbe però bastare a convincere la casa giapponese a restare nel Regno Unito. E non è poco, vista la posta in gioco.
Dietro le quinte, pare che i grandi costruttori abbiano fatto pressione sulla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, convincendola che non conveniva all’Europa mettere a rischio le catene di fornitura ormai intrecciate tra le quattro regioni. Un Made in EU rigido, applicato alla lettera, avrebbe finito per colpire anche i marchi europei che si appoggiano a fornitori esteri. Insomma, un boomerang. Meglio allargare il perimetro e tenere insieme tutto, supply chain comprese.