Le dashcam BlackVue sono finite di nuovo sotto i riflettori per via di una questione che riguarda da vicino la privacy di chi le utilizza ogni giorno. Nuove segnalazioni hanno riportato l’attenzione su un dettaglio scomodo: la possibilità di vedere in tempo reale informazioni piuttosto delicate provenienti dai veicoli collegati al servizio cloud dell’azienda. Posizione, video, persino l’audio dell’abitacolo. Roba che, messa nelle mani sbagliate, può creare qualche grattacapo.
Non è una storia inedita, sia chiaro. Già negli anni passati diversi ricercatori e specialisti di sicurezza avevano fatto notare come certe impostazioni di condivisione potessero rivelare parecchio sugli spostamenti delle persone. Le discussioni più recenti, però, hanno rimesso in primo piano due nodi che restano irrisolti: quanto sono chiare davvero le opzioni di privacy e quanti tra i proprietari sanno effettivamente cosa stanno condividendo.
Cosa espone davvero BlackVue Cloud
La piattaforma comprende una modalità pubblica che permette di condividere posizione, nome del dispositivo, flusso video e audio mentre tutto accade. C’è una mappa integrata nell’app attraverso la quale altri utenti possono individuare le dashcam che hanno attivato queste funzioni. Attenzione però a non confondere le cose. Non si tratta di una vulnerabilità nel senso classico del termine. Il sistema è stato pensato apposta per offrire una condivisione volontaria. Il problema nasce altrove: molti non hanno la minima idea di quali dati finiscano esposti quando lasciano attive certe voci.
Una dashcam connessa può trasmettere le proprie coordinate geografiche mentre l’auto è in movimento. Questo significa rivelare indirizzo di casa, posto di lavoro, orari, percorsi che si ripetono. In alcune configurazioni al tracciamento GPS si aggiunge il flusso video dal parabrezza e addirittura l’audio ambientale. Un livello di dettaglio che aveva già fatto storcere il naso a vari ricercatori indipendenti tempo fa. L’azienda ci tiene a precisare che la visibilità pubblica dipende interamente dalle impostazioni scelte dal proprietario, e che la condivisione si può spegnere in qualsiasi momento dal pannello dedicato.
Modifiche introdotte, ma i dubbi restano
Va detto che BlackVue non è rimasta a guardare di fronte alle critiche. Nel corso del tempo l’azienda ha aggiunto controlli più precisi, capaci di distinguere tra l’accesso privato ai dati GPS e la pubblicazione vera e propria sulla mappa visibile a tutti. La documentazione più aggiornata sostiene che i dispositivi arrivano già configurati come privati, e che per pubblicare qualcosa serve un’azione esplicita da parte di chi li usa.
Anche la funzione Event Map, che in passato permetteva la condivisione automatica di alcuni contenuti, è stata rivista. La pubblicazione automatica dei filmati, quella che girava senza che nessuno premesse un tasto, è stata eliminata. Un passo avanti, insomma.
Eppure i dubbi non si sono dissolti del tutto. Molti esperti di sicurezza ritengono che il vero nodo resti la chiarezza dell’interfaccia. Quando un’app consente di trasmettere posizione, video e audio in diretta, il consenso di chi la usa deve essere senza ombra di equivoco. Punto. In un settore che spinge sempre più sui dispositivi connessi per le automobili, la trasparenza delle impostazioni conta ormai quanto la qualità delle registrazioni stesse.