Cuba sta vivendo una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, e le parole di chi torna dall’isola lasciano poco spazio all’ottimismo. Carla Vitantonio, operatrice umanitaria e scrittrice, racconta una realtà che ha dell’incredibile: gran parte degli aiuti umanitari che raggiungono il paese resta bloccata nei siti di stoccaggio. Il motivo è tanto semplice quanto devastante: non c’è più carburante per trasportare quei beni dove servono davvero.
Tutto questo accade mentre il mondo osserva le conseguenze della politica estera del presidente statunitense Donald Trump, che dopo i capitoli Venezuela e Iran sembra ora concentrare la pressione proprio sull’isola caraibica. Come ha scritto Ivan Krastev sul Financial Times, “Trump è come un regista che non gira film, ma solo trailer di pellicole che non saranno mai realizzate”. Una frase che fotografa bene quanto successo prima a Caracas e poi a Teheran.
Ma Cuba, come sottolinea Vitantonio, non è nessuno dei capitoli precedenti. Qui la dimostrazione di forza è soprattutto economica: quantità enormi di cibo, medicinali e materiali per l’agricoltura restano fermi nei porti. Una volta che una nave carica di medicine riesce ad attraccare, non c’è petrolio per portare quei beni agli ospedali o agli asili. Per Cuba, Washington sembra aver scelto l’asfissia. Anche se nelle ultime ore l’arrivo della petroliera russa Anatoly Kolodkin a L’Avana e le dichiarazioni della presidente messicana Claudia Sheinbaum sull’invio di petrolio hanno offerto un minimo di sollievo.
Il muro invisibile che blocca gli aiuti umanitari per Cuba
Il settore umanitario a Cuba si appoggia ai cosiddetti waiver umanitari, ovvero esenzioni che impediscono a qualunque attore di bloccare il passaggio di beni essenziali per la sopravvivenza delle persone verso un paese che ne ha bisogno. Anche gli Stati Uniti sono tenuti a consentire queste operazioni. Il problema, però, è un altro: trovare qualcuno disposto a occuparsi della logistica.
La maggior parte delle compagnie pratica quella che nel gergo si chiama over compliance. Significa che evitano completamente Cuba, anche quando potrebbero operare legalmente, per paura di ritorsioni da parte di Washington su altri fronti commerciali. Questo fenomeno si è aggravato enormemente da quando Cuba è tornata nella lista degli stati sponsor del terrorismo, reinserita sotto la seconda amministrazione Trump dopo che Biden l’aveva rimossa negli ultimi giorni del suo mandato. Molte ong, racconta Vitantonio, sono caute nel parlarne perché temono che possa influire sulle donazioni ricevute.
Diversi osservatori hanno iniziato a parlare di un possibile ritorno al cosiddetto Periodo Especial degli anni Novanta, la crisi che seguì il crollo dell’Unione Sovietica. Vitantonio però non fa un paragone diretto: allora le ong non erano presenti sull’isola e, soprattutto, l’infrastruttura complessiva cubana reggeva ancora. Oggi invece, dopo un peggioramento iniziato con il Covid 19 e mai arrestatosi, ci troviamo di fronte a quello che viene descritto come un punto di rottura senza precedenti.
Ospedali al limite e un popolo che prova a resistere
Il quadro sanitario è forse l’aspetto più allarmante. Gli ospedali effettuano solo operazioni salvavita. L’emodialisi, fondamentale per chi soffre di grave insufficienza renale, continua a funzionare ma con uno sforzo enorme. Per tutto il resto non ci sono risorse. Sul fronte energetico, il governo ha raggiunto un accordo con la Cina per la fornitura di 10mila pannelli solari destinati alle abitazioni senza accesso all’elettricità, con kit domestici da 2 kilowatt distribuiti prima a medici e maestri nelle zone meno sviluppate.
Quanto alla stabilità politica, Vitantonio invita a non personalizzare troppo il discorso su Díaz-Canel. Cuba non è il Venezuela: la struttura di potere è complessa, multistratificata e multigenerazionale, e l’impopolarità del presidente non coincide necessariamente con quella dell’intero sistema.
Nei giorni scorsi è arrivato a Cuba il primo contingente della flottiglia internazionale legata alla campagna Let Cuba Breathe, con europarlamentari e delegazioni da decine di paesi. Il totale consegnato finora si aggira tra le 20 e le 50 tonnellate tra cibo, medicinali e dispositivi come pannelli solari. Iniziative utili, certamente, anche se molti cubani sentono di non essere stati coinvolti nel processo.
Le stime ufficiali sul punto di non ritorno, secondo l’Onu, sono già state superate. I blackout arrivano a oltre 20 ore al giorno. Il prezzo del carburante al litro nel mercato nero si aggira intorno ai 7 euro. E quando gli aiuti arrivano sull’isola, troppo spesso restano fermi là dove sono sbarcati, perché non ci sono soldi né carburante per farli arrivare a destinazione.