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Computer quantistici e casualità: la sfortuna esiste davvero?

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Capita a tutti di pensare che una serie di eventi negativi sia troppo fitta per essere solo un caso, e proprio su questo terreno i computer quantistici potrebbero dire qualcosa di sorprendente: la sfortuna, intesa come pura coincidenza, potrebbe non essere così casuale come sembra. Nuove indagini stanno mettendo in discussione l’idea stessa di casualità, facendo emergere schemi che, a guardarli bene, hanno qualcosa di inquietante. E la domanda che ne esce è tutt’altro che banale, perché tocca uno dei nodi più profondi della fisica moderna.

Il punto di partenza è semplice da enunciare e complicatissimo da risolvere: la casualità è una proprietà fondante della natura oppure è solo il nome che viene dato all’ignoranza rispetto a qualcosa di più profondo? Per decenni la risposta più accreditata ha pescato nella meccanica quantistica, dove il caso non è un difetto di misura ma un ingrediente strutturale. Eppure basta cambiare scala, o strumento di osservazione, perché la faccenda si complichi parecchio.

Quando la macchina quantistica smette di comportarsi come previsto

Qui entrano in gioco le macchine. Un computer quantistico che, crescendo di dimensioni, inizia a comportarsi in modo diverso da quanto previsto dai modelli sarebbe molto più di un problema ingegneristico. Sarebbe un indizio. Perché se aumentando il numero di componenti il sistema devia dalle attese, allora qualcosa nella descrizione teorica non torna, e quel qualcosa potrebbe riguardare esattamente la natura del caso.

È un ragionamento che ribalta la prospettiva abituale. Di solito i malfunzionamenti di un calcolatore quantistico vengono letti come rumore, interferenze, imperfezioni dei materiali, tutte cose da correggere. Ma esiste anche la possibilità opposta, molto più affascinante: che quelle deviazioni siano un segnale, non un disturbo. Un modo attraverso cui la fisica fa capire che le regole scritte finora funzionano bene solo entro certi confini.

Pattern dove non dovrebbero essercene

Il fascino della questione sta tutto nel cortocircuito che genera. Se gli eventi apparentemente casuali seguissero un disegno, anche minimo, anche statisticamente sottile, allora l’idea comune di sfortuna smetterebbe di essere una superstizione da bar e diventerebbe un problema scientifico legittimo. Non nel senso mistico del termine, va detto subito, ma in quello matematico: sequenze che sembrano prive di ordine e che invece nascondono una struttura.

I pattern che emergono da queste indagini sono la parte che più fa discutere. Perché il cervello umano è notoriamente bravissimo a vedere figure anche dove non ce ne sono, e la scienza ha passato anni a smontare correlazioni fasulle. Distinguere tra un’illusione cognitiva e una regolarità reale è la parte difficile del mestiere, e i sistemi quantistici su larga scala potrebbero diventare lo strumento adatto per farlo.

Una domanda vecchia con strumenti nuovi

Il dibattito sul caso non nasce oggi, anzi accompagna la meccanica quantistica praticamente dalla nascita. La novità è che, per la prima volta, esistono macchine capaci di mettere alla prova quelle intuizioni in modo diretto, invece di limitarsi a esperimenti mentali e discussioni teoriche. Costruire calcolatori sempre più grandi non serve soltanto a fare calcoli più veloci, serve anche a capire fino a che punto reggono le fondamenta su cui poggia tutta la costruzione.

L’aspetto più interessante è che la risposta non è scontata in nessuna delle due direzioni. Se le macchine continueranno a comportarsi esattamente come previsto anche crescendo di scala, la casualità uscirà rafforzata come proprietà autentica della realtà. Se invece emergeranno anomalie sistematiche, l’idea che dietro il caso si nasconda qualcosa di più ordinato tornerà prepotentemente sul tavolo.

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