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Chrome non cancella tutti i dati di Google alla chiusura

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Chi usa Chrome con l’opzione che cancella i dati dei siti alla chiusura di tutte le finestre potrebbe scoprire che la promessa non vale per tutti allo stesso modo. Un test condotto sulla versione 152.0.7977.83 del browser ha messo in evidenza un comportamento curioso: dopo una semplice ricerca su Google Search, una parte delle informazioni associate a google.com resta sul dispositivo anche quando il browser viene chiuso del tutto. Non una build sperimentale, quindi, ma una release ordinaria in mano a milioni di persone.

A segnalare la cosa è Jeff Johnson, sviluppatore software che nel 2020 aveva già individuato un problema quasi identico. All’epoca Chrome 86 eliminava correttamente diversi dati alla chiusura, ma lasciava in vita quelli di servizi come Search e YouTube. Google mise mano al codice di Chromium e la questione sembrava archiviata. Sei anni dopo, il fenomeno pare riproporsi.

Il test e i 1,2 MB che non se ne vanno

Prima di trarre conclusioni, Johnson ha provato a escludere le spiegazioni più banali. Il browser non risultava collegato a nessun account Google e il login era stato disattivato in modo esplicito. Anche il motore di ricerca predefinito era stato cambiato, passando da Google a DuckDuckGo, così da evitare che qualche integrazione della configurazione standard influisse sull’esito della prova. Nella pagina chrome://settings/content/siteData l’opzione era regolarmente impostata sulla cancellazione dei dati alla chiusura di tutte le finestre.

Poi il passaggio decisivo: una normale ricerca su Google, chiusura dell’unica finestra aperta, riapertura del browser e nuovo controllo dei dati locali. google.com occupava circa 1,2 MB. Le informazioni sono rimaste lì anche dopo aver chiuso e riavviato il browser più volte. La verifica è stata ripetuta cancellando manualmente i dati e ripartendo da zero, senza cambiamenti. Nessun altro sito sottoposto allo stesso tipo di controllo ha mostrato un comportamento simile.

Vale la pena chiarire un punto, perché quando si parla di dati conservati dai siti il pensiero corre subito ai cookie. In realtà il browser mette a disposizione molte altre forme di memorizzazione locale, e Google stessa, nella sua documentazione, include tra i dati dei siti web tecnologie HTML5 come Web Storage, database IndexedDB, cache applicative e altre aree riservate alle applicazioni. Analizzando la directory del profilo su macOS, nel percorso ~/Library/Application Support/Google/Chrome/Default, i file sopravvissuti risultavano legati a cookie, Local Storage e Session Storage.

Il localStorage appartiene alla Web Storage API e associa coppie chiave valore a una determinata origine, cioè al sito identificato non solo dal dominio ma anche dal protocollo e, dove rilevante, dalla porta. Per sua natura sopravvive alla chiusura del browser, salvo che l’utente o il browser decidano di rimuoverlo. Il sessionStorage ha invece vita più corta, legato alla singola sessione della scheda. Ed è proprio qui che l’impostazione di Chrome diventa importante: serve a rendere temporanee anche quelle informazioni nate per durare.

Bug software o eccezione voluta?

Al momento non ci sono elementi per sostenere che il browser stia ignorando volontariamente una preferenza dell’utente per favorire i servizi di casa. Johnson stesso si tiene alla larga da questa lettura e propende per l’ipotesi più semplice, ovvero un errore software. Per capirci qualcosa in più servirebbe esaminare il codice di Chromium, individuare il punto esatto in cui i dati vengono conservati nonostante l’impostazione scelta e verificare che la stessa cosa accada su Windows e Linux.

Chi vuole provare a riprodurre il comportamento può partire dalla pagina chrome://settings/content/siteData, selezionando la cancellazione alla chiusura di tutte le finestre. Utile aprire prima anche chrome://settings/content/all per capire quali domini hanno già informazioni salvate. Poi si cancellano i dati esistenti, si visita un sito, si chiudono tutte le finestre e si riapre il browser.

Per una separazione più netta resta la modalità Incognito, che segue regole diverse. Google spiega che in quel caso viene creata una sessione distinta e i dati dei siti vengono rimossi quando si chiude l’ultima finestra. Attenzione però a non attribuirle poteri che non ha: la navigazione in incognito non rende anonimi, perché i siti visitati, il provider di accesso, la rete aziendale e i servizi incorporati nelle pagine continuano a vedere il traffico. L’effetto riguarda soprattutto la persistenza locale di cronologia, cookie e altri dati di sessione.

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