Il caporalato digitale è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico in Italia, dopo i casi ormai noti di Foodinho (Glovo) e Deliveroo, finite sotto controllo giudiziario per contratti fasulli e sfruttamento sistematico dei rider. Il Governo ha risposto con un pacchetto di misure pensate per arginare il fenomeno, ma il percorso dal testo delle bozze al decreto definitivo ha lasciato più di qualche perplessità. Alcune disposizioni che avrebbero tutelato i lavoratori delle piattaforme sono state, di fatto, eliminate o ridimensionate.
Il decreto n. 62 del 30 aprile, entrato in vigore il 1 maggio 2026, interviene innanzitutto sul nodo più spinoso: il rapporto di lavoro. La stragrande maggioranza dei rider opera formalmente con un contratto di lavoro autonomo e partita IVA in regime forfettario. Ma nei casi di Foodinho e Deliveroo è emerso che avrebbe dovuto essere applicata la disciplina del lavoro subordinato, con tutto ciò che ne consegue in termini di stipendi, malattia, ferie e diritti. La nuova norma stabilisce che per inquadrare correttamente il rapporto di lavoro bisogna guardare alle modalità concrete con cui la prestazione viene svolta. Se emergono indici di controllo o di eterodirezione esercitati attraverso la gestione algoritmica, il rapporto si presume subordinato, salvo prova contraria da parte della piattaforma.
Trasparenza sugli algoritmi e accesso con SPID
Un altro pilastro del decreto riguarda la trasparenza algoritmica. Le piattaforme digitali sono obbligate a fornire ai lavoratori informazioni chiare sui sistemi automatizzati o algoritmici che utilizzano per assegnare le attività, determinare o modificare i compensi, valutare le prestazioni e, nei casi peggiori, sospendere o limitare l’accesso alla piattaforma stessa. I rider hanno anche diritto a ottenere una spiegazione comprensibile delle decisioni automatizzate che incidono sulle condizioni di lavoro o sul compenso, con la possibilità di richiedere un riesame tramite intervento umano.
Per combattere un’altra piaga legata al caporalato digitale, cioè la cessione o il noleggio degli account (pratica che alimenta lo sfruttamento), il decreto introduce l’obbligo di accesso alle piattaforme tramite SPID, CIE o CNS. In alternativa, la piattaforma può rilasciare un account associato a un singolo codice fiscale, protetto con autenticazione multi fattore. Non è possibile rilasciare più di un account per codice fiscale, né assegnare allo stesso lavoratore prestazioni temporalmente inconciliabili tra loro.
Le disposizioni eliminate e l’istruttoria dell’Antitrust
Fin qui le buone notizie. Ma dal testo delle bozze sono sparite alcune misure che avrebbero fatto la differenza per i rider. L’imposta sostitutiva del 5% sulle mance, per esempio, si applica soltanto ai rider con rapporto di lavoro subordinato. In pratica questo riguarda quasi esclusivamente chi lavora per Just Eat, mentre restano esclusi tutti quelli con contratto autonomo. È stato poi eliminato del tutto l’articolo che elencava specifici indici di sfruttamento, compresi i compensi inferiori ai minimi contrattuali. Una scelta che indebolisce non poco l’impianto di tutela pensato inizialmente.
Proprio il 6 maggio 2026, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti di Glovo e Deliveroo per presunte informazioni ingannevoli sulle condizioni di lavoro dei rider.