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Cani di Chornobyl geneticamente unici, ma non per le radiazioni

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I cani selvatici che vivono nei pressi dei resti della centrale nucleare di Chornobyl sono geneticamente distinti, ma il motivo è meno scontato di quanto verrebbe spontaneo immaginare. Il primo pensiero corre quasi sempre alle radiazioni e a un DNA stravolto dall’esposizione, eppure la spiegazione più probabile porta altrove. A plasmare questi animali sarebbe stata soprattutto la selezione naturale e non un patrimonio genetico rimescolato a caso dalla contaminazione.

Si tratta di una differenza sottile, quasi da addetti ai lavori, che però cambia parecchio il modo di guardare a questa popolazione. Dire che i cani di Chornobyl sono unici dal punto di vista genetico non equivale a dire che siano il prodotto diretto di un danno al loro codice biologico. Sono due storie diverse, con meccanismi diversi alle spalle, e confonderle porta fuori strada.

Perché le radiazioni non bastano a spiegare tutto

L’idea di animali trasformati dalle radiazioni ha un fascino innegabile, anche perché il nome di Chornobyl evoca da sempre immagini di questo tipo. Il ragionamento sembra filare liscio: un luogo segnato da un disastro nucleare, una popolazione di animali che ci vive in mezzo, un corredo genetico che risulta diverso da quello dei loro simili. Il collegamento appare quasi automatico. Eppure la lettura oggi considerata più verosimile è un’altra e ha poco a che vedere con un DNA danneggiato.

Quando si parla di mutazioni provocate da una fonte esterna si pensa a un processo casuale, una sorta di colpo che altera il materiale genetico senza una direzione precisa. La selezione naturale funziona in modo molto diverso. Non inventa nulla dal niente ma lavora su ciò che già c’è, premiando nel tempo le caratteristiche che aiutano a sopravvivere e a riprodursi in un certo ambiente. Gli individui più adatti lasciano più discendenti e così, generazione dopo generazione, il profilo dell’intero gruppo si sposta un po’ alla volta.

Una popolazione plasmata dall’ambiente

Nel caso dei cani selvatici che si muovono attorno all’impianto, la loro unicità sarebbe dunque il frutto di questo lento lavoro di filtro. Non un patrimonio ereditario mandato all’aria in un colpo solo, ma una popolazione che si è differenziata seguendo le stesse regole valide per qualunque specie animale. È un passaggio che toglie parecchio mistero alla vicenda, almeno nella sua versione più cinematografica, e la riporta su un terreno decisamente più scientifico.

La distinzione pesa perché attribuire tutto alle radiazioni significherebbe interpretare in modo sbagliato quello che si osserva. Un DNA alterato a caso e uno modellato dalla selezione possono produrre entrambi animali diversi dagli altri, ma raccontano processi opposti. Nel primo scenario si parlerebbe di danni accumulati, nel secondo di adattamento graduale all’ambiente in cui questi cani sono cresciuti e si sono riprodotti.

Per i cani di Chornobyl è proprio la seconda ipotesi a essere ritenuta la più probabile. Sono geneticamente distinti dagli altri esemplari, su questo non ci sono dubbi, ma la causa più plausibile di questa diversità va cercata nella selezione naturale e non in un codice genetico scompigliato dalle radiazioni della centrale nucleare.

Fonte: TecnoAndroid

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