La prevenzione della demenza potrebbe passare anche da un gesto semplicissimo, qualcosa che milioni di persone fanno ogni mattina senza pensarci troppo: bere una tazza di caffè o di tè. Un gruppo di ricercatori del Mass General Brigham, della Harvard T.H. Chan School of Public Health e del Broad Institute ha infatti trovato un’associazione tra il consumo di bevande contenenti caffeina e una riduzione del rischio di sviluppare demenza. E non si tratta di un piccolo studio: parliamo di oltre 131.000 partecipanti monitorati nel corso di decenni.
Il punto di partenza è noto a tutti: con l’invecchiamento della popolazione mondiale, la demenza è diventata una delle emergenze sanitarie più pressanti. Le terapie attuali funzionano poco, e quando i sintomi si manifestano in modo chiaro spesso il danno è già avanzato. Per questo la comunità scientifica sta puntando forte sulla prevenzione. “Abbiamo ipotizzato che una bevanda comune come il caffè potesse rappresentare un intervento promettente sul piano alimentare”, ha spiegato Daniel Wang, ricercatore del Mass General Brigham e professore associato alla Harvard Medical School.
Cosa dicono i numeri dello studio sulla demenza
Per arrivare a risultati solidi, il team ha analizzato i dati raccolti da due grandi studi di lungo periodo, il Nurses’ Health Study e l’Health Professionals Follow-Up Study, che nel tempo hanno documentato alimentazione, diagnosi di demenza e prestazioni cognitive dei soggetti coinvolti. Una mole di informazioni che ha permesso di cogliere relazioni che studi precedenti, spesso troppo brevi o con campioni ridotti, non erano riusciti a evidenziare.
Su oltre 130.000 partecipanti, 11.033 hanno sviluppato demenza. Chi consumava caffè regolarmente mostrava un rischio inferiore del 18% rispetto a chi ne beveva raramente. Anche il declino cognitivo risultava meno frequente tra i bevitori abituali (7,8% contro 9,5%), e alcuni test cognitivi hanno dato esiti migliori. I benefici più evidenti? Si sono osservati tra chi beveva 2 o 3 tazze di caffè al giorno oppure 1 o 2 tazze di tè. Consumi più elevati non hanno fatto emergere effetti negativi, ma semplicemente benefici paragonabili a quelli di un’assunzione moderata.
Il ruolo chiave della caffeina
Un dato particolarmente interessante riguarda il caffè decaffeinato, che non ha prodotto lo stesso effetto protettivo. Se a questo si aggiunge che anche il tè nero ha mostrato risultati simili a quelli del caffè normale, il quadro che emerge punta chiaramente verso la caffeina come protagonista di questo meccanismo. Caffè e tè contengono anche polifenoli, sostanze note per le proprietà antinfiammatorie, ma il fatto che il decaffeinato non funzioni allo stesso modo suggerisce che la caffeina giochi un ruolo particolarmente rilevante.
I ricercatori hanno comunque precisato che servono ulteriori studi per chiarire i meccanismi biologici esatti dietro questo effetto. Un altro elemento degno di nota è che i risultati erano coerenti anche confrontando persone con diverso rischio genetico di demenza. “Questo indica che il consumo di caffè potrebbe essere utile a prescindere dal rischio genetico”, ha spiegato Yu Zhang, dottorando presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health.
La prevenzione della demenza, naturalmente, non si riduce a una singola abitudine. Attività fisica, alimentazione equilibrata e relazioni sociali restano fattori fondamentali. Tuttavia, il fatto che un gesto quotidiano come bere caffè o tè possa contribuire nel tempo alla salute del cervello dà un significato diverso a scelte che fanno già parte della routine di molte persone. Lo studio è stato originariamente riportato da Wired Japan.