I buchi neri tornano protagonisti di un dibattito che potrebbe ridisegnare alcune certezze della fisica teorica. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge ha messo in piedi una serie di simulazioni piuttosto sofisticate e ne è uscito un risultato che fa storcere il naso a chi credeva inattaccabile la cosiddetta terza legge della meccanica dei buchi neri. Quella legge, formulata nel lontano 1973, sembrava una di quelle pietre miliari su cui poggiare senza troppi dubbi. E invece qualcosa, adesso, non quadra più del tutto.
Cosa hanno scoperto i ricercatori di Cambridge
Il punto centrale è questo. Gli scienziati hanno usato delle reti neurali per simulare la nascita di un buco nero estremo, lavorando però in uno scenario a cinque dimensioni. Un ambiente matematico che permette di osservare comportamenti difficili da cogliere con gli strumenti tradizionali. E proprio dentro queste simulazioni è emerso il dato che fa discutere. Il buco nero, nel modello costruito a Cambridge, riesce a toccare lo zero assoluto contando soltanto sulla gravità.
Niente materia di mezzo, nessun contributo esterno. Solo la gravità che fa il suo lavoro fino in fondo. E qui sta il problema, perché la terza legge della meccanica dei buchi neri sosteneva una cosa diversa, ovvero che raggiungere quello stato limite fosse di fatto impossibile con i soli ingredienti gravitazionali. Le simulazioni in 5D raccontano una storia che va in direzione opposta.
Perché questo risultato scuote la fisica teorica
Va detto subito che non si parla di un esperimento condotto in laboratorio, ma di un lavoro basato su modelli e calcoli avanzati. Resta comunque un colpo non da poco per chi studia questi oggetti da decenni. La terza legge dei buchi neri faceva parte di un impianto teorico costruito con cura, e vederla messa in discussione da una simulazione apre scenari che pochi avevano immaginato.
L’aspetto più curioso riguarda proprio il ruolo della gravità. Per anni si è dato per scontato che servisse altro, qualcosa in più, per spingere un buco nero verso quella condizione estrema. Il gruppo dell’Università di Cambridge ha dimostrato, almeno sulla carta e dentro i suoi modelli, che non è necessariamente così. La gravità da sola può bastare, e questo cambia il modo di guardare a un fenomeno che credevamo di conoscere abbastanza bene.