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Boston Dynamics, l’azienda nota per i suoi robot a quattro zampe e umanoidi, ha deciso di non fare marcia indietro sull’accordo con l’ICE, l’agenzia statunitense per l’immigrazione e il controllo delle dogane, nonostante le obiezioni di centinaia di dipendenti. A due mesi dalle prime notizie sulla fornitura dei suoi dispositivi Spot, che somigliano a cani di metallo, la società conferma che la vendita andrà avanti senza modifiche.
La vicenda è cominciata a fine agosto, quando è emerso che l’ICE intendeva spendere fino a circa 1,7 milioni di euro per i robot Spot. Stando ai documenti che accompagnano l’acquisto, i cani robot servirebbero ad ascoltare i movimenti all’interno degli edifici e a effettuare perlustrazioni in luoghi dove le persone non possono arrivare.
Boston Dynamics: la petizione interna e il caso Hyundai
A settembre i lavoratori hanno inviato ai vertici una petizione con oltre 300 firme. L’azienda sostiene però di non poter verificare che appartengano tutte al proprio personale, dato che quasi la metà sarebbe stata sottoscritta in forma anonima. Il testo, indirizzato l’8 settembre a quello che i firmatari chiamano “top management”, è stato reso pubblico da un’emittente radiofonica di Boston senza i nomi di chi lo ha sottoscritto.
Nella lettera i lavoratori raccontano di essere sempre stati orgogliosi del proprio impiego, ma l’intesa li farebbe apparire come collaboratori diretti dell’agenzia. “Non possiamo essere orgogliosi di lavorare in BD quando quel lavoro viene usato da un’agenzia governativa che brutalizza i civili, compresi alcuni nostri colleghi di Hyundai” si legge nel documento. Il riferimento è al raid dell’ICE avvenuto a settembre 2025 in uno stabilimento Hyundai in Georgia, dove centinaia di operai sono stati fermati, molti dei quali sudcoreani. Hyundai è proprietaria di Boston Dynamics. Secondo i firmatari, oltre al disagio interno, l’accordo rischia di far perdere personale e di rendere l’azienda meno attraente proprio mentre punta a crescere. “Il rischio per BD è semplicemente troppo grande per proseguire con questo accordo” conclude la lettera.
Boston Dynamics tiene il punto
La protesta non ha bloccato la vendita, approvata dal governo a fine settembre e conclusa tramite una società chiamata Radeco, che ha installato un software di nome Cerberus. Una settimana dopo aver ricevuto la petizione, la CEO ad interim Amanda McMaster ha scritto ai firmatari che la scelta era definitiva. “La consideriamo una decisione finale ed è il momento di andare avanti” ha messo nero su bianco, chiedendo di rispettarla e accettarla anche in caso di disaccordo.
La linea difensiva dell’azienda poggia sui termini e condizioni di vendita, che vietano espressamente di usare i prodotti per fare del male alle persone. Secondo McMaster quelle clausole proibiscono qualsiasi tentativo di armare i robot o di impiegarli per arrecare danno o intimidire. La società, che aveva già rapporti con il Dipartimento della Sicurezza Interna, spiega di aver fornito ulteriori informazioni sull’accordo, organizzato tavole rotonde sull’etica e illustrato il proprio processo decisionale. A suo dire l’umore del personale sarebbe cambiato. “I robot Spot sono strumenti che aiutano a tenere le persone lontane dal pericolo. Indipendentemente da implicazioni politiche o sentimenti personali sulle organizzazioni coinvolte, se il nostro robot può contribuire alla sicurezza delle persone crediamo che debba farlo” ha dichiarato un portavoce.
Quanto pesano le proteste dei lavoratori
Le proteste dei dipendenti sono ormai frequenti nel settore tecnologico, soprattutto con l’uso crescente dell’intelligenza artificiale in ambito militare. Di recente alcuni dipendenti di Google si sono dimessi per un contratto militare e nel 2018 una mobilitazione interna spinse il colosso a non rinnovare un contratto con il Dipartimento della Difesa. Lo stesso anno anche Microsoft finì nel mirino del suo personale per il lavoro svolto con l’ICE.
Jamie E. Wright, avvocata del lavoro in California e fondatrice di Wright Law Firm, osserva che iniziative simili possono avere un ruolo importante anche se il risultato “non è mai garantito”. Pur senza un passo indietro di Boston Dynamics, i lavoratori possono dimostrare che c’è chi tiene alla questione e aprire la strada a cambiamenti futuri. Contestare gli affari del proprio datore di lavoro, avverte però, probabilmente non offre la stessa tutela dalle ritorsioni prevista per le proteste sulle condizioni lavorative, e le protezioni cambiano molto da uno stato all’altro.
Per la sociologa Debra Guckenheimer, il solo fatto di ricorrere a una petizione segnala il timore di ritorsioni. “Il mercato del lavoro è molto difficile in questo momento e i dipendenti immigrati, specialmente quelli di colore, sono sotto enorme pressione” ha spiegato, definendo l’iniziativa un gesto di grande coraggio e rischio. Lavorare in un ambiente che va contro i propri valori può essere “devastante” e provocare problemi fisici e mentali. Secondo Guckenheimer chi ha firmato a Boston Dynamics cerca non solo di proteggere la propria coscienza ma anche di preservare l’eredità dell’azienda.
Fonte: TecnoAndroid


