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La corsa all’intelligenza artificiale ha portato le valutazioni di Wall Street su livelli che somigliano parecchio a quelli della bolla dot com, e a dirlo non è un analista qualsiasi ma un gruppo di economisti della Banca Centrale Europea. Il messaggio, contenuto in un’analisi pubblicata sul blog dell’istituto di Francoforte, va letto con attenzione: nessuno sostiene che il mercato stia ripetendo pari pari quanto accaduto alla fine degli anni Novanta, però una correzione dei prezzi azionari viene considerata probabile. E il punto interessante è che resterebbe probabile anche nel caso in cui le quotazioni di oggi fossero pienamente giustificate dal potenziale economico reale dell’intelligenza artificiale.
I numeri aiutano a inquadrare la situazione. Negli Stati Uniti il CAPE ratio, uno degli indicatori più usati per capire quanto sia cara una Borsa rispetto agli utili, viaggia vicino ai massimi storici. In Europa la crescita è stata molto più contenuta, ma sarebbe un errore pensare che il Vecchio Continente stia a guardare da lontano: gli investitori europei risultano comunque parecchio esposti ai grandi titoli tecnologici americani. Se qualcosa si muove oltreoceano, insomma, le conseguenze arrivano in fretta anche qui.
Ferrovie, elettricità, internet: la storia che si ripete
Il paragone con il passato non nasce per caso. Le grandi rivoluzioni tecnologiche seguono uno schema che si è già visto e rivisto: attirano capitali in quantità enorme, spingono le valutazioni in Borsa a velocità sostenuta e poi, a un certo punto, arriva il conto. È successo con le ferrovie nell’Ottocento, con l’elettricità e la radio negli anni Venti, con internet alla fine degli anni Novanta. Tecnologie che hanno cambiato davvero il modo di vivere e produrre, nessuna esclusa. Eppure nessuna di queste ha evitato forti correzioni dei mercati una volta esaurita la fase di entusiasmo iniziale.
Gli economisti della BCE fanno però un ragionamento più sottile. Prezzi molto alti possono avere anche una spiegazione perfettamente razionale, perché davanti a una tecnologia nuova è difficilissimo capire in anticipo quali aziende domineranno il settore e quanto potranno crescere. L’esempio citato è Nvidia: dal 2022 il titolo è salito di circa venti volte, proprio mentre il gruppo diventava il perno dello sviluppo dell’AI a livello globale. Pagare caro una scommessa del genere, in quell’ottica, non è follia.
Il vero rischio arriva quando l’AI diventa infrastruttura
Il quadro cambia nel momento in cui una tecnologia smette di riguardare un pugno di società e viene adottata su larga scala. Finché resta circoscritta, un eventuale fallimento produce danni limitati e ben delimitati. Quando invece entra dentro moltissimi settori dell’economia, un inciampo può avere effetti a catena molto più ampi, e gli investitori cominciano a percepire quei titoli come più rischiosi. La conseguenza è quasi meccanica: pretendono rendimenti più alti, e le valutazioni scendono anche se gli utili delle aziende continuano tranquillamente a salire.
Poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella speculativa. Se l’entusiasmo spinge i prezzi ben oltre quanto giustificato dai bilanci reali, la correzione rischia di essere più brusca nel momento in cui le aspettative si ridimensionano. Due strade diverse, stesso possibile esito.
La domanda giusta, secondo l’analisi, non è quindi stabilire se l’AI sia una nuova bolla dot com in senso stretto. In entrambi gli scenari, quello razionale e quello gonfiato dall’euforia, una correzione dei mercati rimane sul tavolo come ipotesi concreta. Questo non vuol dire che le quotazioni abbiano già toccato il loro punto più alto: se l’intelligenza artificiale avrà davvero l’impatto profondo sull’economia che molti le attribuiscono, i titoli potrebbero riprendere a crescere anche dopo una fase di ribasso, esattamente come è accaduto alle tecnologie che l’hanno preceduta.










