La banda ultralarga in Italia resta un cantiere aperto, nel senso più letterale del termine. Per qualcuno è già realtà quotidiana, per altri somiglia ancora a una promessa lontana. E nemmeno il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ormai quasi chiuso, è riuscito a sanare le differenze profonde che attraversano il territorio nazionale. Ci sono zone che navigano in fibra senza problemi, altre che si arrangiano con tecnologie miste tipo wireless, e poi ci sono le periferie dimenticate, dove nessun operatore ha investito né intende farlo. Un vuoto che ha lasciato spazio a concorrenti capaci di infilarsi nella breccia, con un riferimento piuttosto esplicito a Elon Musk.
L’obiettivo europeo della Gigabit Society, cioè garantire a cittadini e imprese connessioni da almeno 1 Gigabit al secondo, è ancora parecchio distante. Qualcosa però si muove. Il nuovo Fondo nazionale per la connettività, gestito da Invitalia, è stato battezzato a fine novembre 2025 dal Consiglio Ecofin e poi formalmente avviato con l’accordo siglato a febbraio con il dipartimento per la Trasformazione digitale. Questo fondo funziona come veicolo per finanziare nuovi interventi infrastrutturali da qui al 2029. Va detto che l’ultima revisione del Pnrr ha tagliato dal Piano Italia a 1 Giga ben 707.092 civici da cablare, tutti in capo a Open Fiber, proprio per evitare la bocciatura da parte di Bruxelles a causa del mancato raggiungimento del target fissato per giugno 2026.
Bando e numeri: cosa prevede e perché potrebbe non bastare
La notizia fresca è che è stato appena pubblicato un bando da oltre 700 milioni di euro destinato a potenziare, con fondi pubblici, le infrastrutture a banda ultralarga. Soprattutto nelle aree che il mercato ha completamente ignorato. Nel perimetro del bando rientrano circa 1,8 milioni di civici, individuati grazie alle mappature svolte da Infratel su incarico del dipartimento per la Trasformazione digitale. A gestire la nuova partita sarà Invitalia, non più Infratel.
ll sottosegretario all’Innovazione tecnologica Alessio Butti ha commentato così: “Con il Fondo nazionale per la connettività interveniamo su una situazione complessa che abbiamo ereditato dai precedenti esecutivi, caratterizzata da ritardi, frammentazione e risorse non pienamente valorizzate”. Il bando si articola in 7 lotti geografici, di cui i primi due destinati alla Toscana (Nord e Sud), fra le regioni più in difficoltà. Gli operatori di telecomunicazioni, anche in consorzio, potranno presentare le proposte entro l’11 maggio. Gli interventi dovranno garantire almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload nelle ore di picco. Il contributo pubblico potrà coprire fino al 70% delle spese ammissibili, per un totale di circa 712,5 milioni.
I numeri però raccontano anche un’altra storia. Secondo la mappatura Infratel pubblicata lo scorso agosto, i civici fuori dalla partita della Gigabit Society ammontano a 4,5 milioni. Il nuovo bando da 700 milioni prevede il cablaggio obbligatorio per soli 402mila civici. Le risorse messe in campo, insomma, non basteranno a colmare definitivamente il divario.
La guerra in Iran e il rischio costi: l’ostacolo che nessuno aveva previsto
Sul cammino del Piano Italia 1 Giga è piombato un ostacolo più o meno inatteso: la guerra in Iran e la crisi nell’area del golfo Persico. Il problema riguarda soprattutto il ripristino delle strade dopo gli scavi per la posa della rete. Anie Confindustria, la federazione che rappresenta le imprese ad alta e medio alta tecnologia, ha diffuso il 20 marzo una nota sugli effetti concreti del conflitto sulle filiere tecnologiche. Una survey su oltre 200 aziende associate ha fatto emergere un aumento significativo dei costi di trasporto (57%) e delle materie prime (53%), oltre a ritardi nelle consegne (74%).
Tra i materiali più colpiti figurano conglomerati bituminosi, asfalti, calcestruzzi e prodotti per il ripristino stradale. “Molte imprese segnalano anche problemi nella continuità delle forniture, con l’impossibilità di garantire stabilità sia nelle consegne sia nelle condizioni economiche. Una situazione che rende più complessa la programmazione delle attività e rischia di compromettere l’equilibrio economico dei contratti in essere”, si legge nella nota di Anie.