Bad Magpie è il nome di un piccolo gioco che riesce a fare una cosa non semplice, mettere insieme il caos più puro e una vena emotiva che non te la aspetti. Si gioca nei panni di una gazza dispettosa, di quelle che combinano guai ovunque si posino, e già qui si capisce il tono. Ma sotto la superficie c’è qualcosa di più, qualcosa che ha a che fare con le emozioni e con il modo in cui certe volte preferiamo evitarle.
Bad Magpie: un piccolo corvide nel solco di Untitled Goose Game
Chi ha amato Untitled Goose Game ritroverà parecchie sensazioni familiari. Anche lì c’era un animale combinaguai, un’oca capace di trasformare un tranquillo villaggio inglese in un campo di battaglia fatto di piccoli dispetti. Bad Magpie si muove nello stesso territorio, quello dei simulatori di gremlin selvatici, dove l’obiettivo non è salvare il mondo ma seminare un po’ di scompiglio con gusto. La gazza protagonista è esattamente questo, una creatura caotica che vola di qua e di là lasciando dietro di sé una scia di disordine.
C’è però una differenza che cambia le carte in tavola. Mentre giochi e ti diverti a combinare guai, il titolo costruisce un sottotesto emotivo che lavora in silenzio. La distruzione non è fine a se stessa, diventa quasi un modo per non guardare in faccia certi sentimenti.
Quando la distruzione serve a non sentire
Il cuore del gioco sta proprio in questo gioco di equilibri. Da una parte la carneficina dispettosa, leggera, divertente, fatta di oggetti spostati e situazioni rovinate per puro piacere del caos. Dall’altra una corrente più profonda che parla di emozioni evitate, di quel meccanismo umanissimo per cui ci si butta nel rumore e nell’azione pur di non fermarsi a pensare.
È un accostamento che funziona perché non pesa mai troppo. Bad Magpie resta soprattutto un gioco delizioso, una di quelle esperienze che strappano un sorriso mentre la gazza fa di tutto per scappare da ciò che prova. Il caos diventa la sua scappatoia, il volo continuo un modo per restare sempre un passo avanti rispetto ai propri sentimenti.
In questo intreccio tra divertimento e malinconia leggera sta tutto il fascino del titolo, capace di farti ridere e allo stesso tempo di lasciarti addosso una piccola riflessione su quanto sia facile, a volte, riempire il vuoto di rumore invece di ascoltarlo.