Tengo un caricatore sulla scrivania da quando esistono i caricatori, e di solito non ci faccio nemmeno caso. Sta lì, fa il suo, fine. Poi è arrivato questo blocchetto nero con uno schermo acceso che mi dice in tempo reale quanti watt stanno passando, e mi sono ritrovato a guardarlo. Sul serio. Come si guarda un tachimetro. Il caricatore Anker Prime da 160W a tre porte non è il classico mattoncino che butti in borsa e dimentichi, ed è proprio questa la cosa interessante.
Parliamo del modello nuovo, quello da 160W totali con sigla A2687, da non confondere con il vecchio 140W a quattro porte che gira ancora parecchio. Tre porte, tutte USB-C, niente USB-A. Un display a colori che ruota da solo. Un corpo grande quanto la custodia di un paio di auricolari. E una spina che si ripiega, dettaglio che sembra una sciocchezza finché non lo infili in tasca.
A chi serve un affare del genere? Non a chi carica solo il telefono la notte, quello è chiaro. Serve a chi gira con un portatile esigente, magari un secondo dispositivo, e non ha voglia di portarsi dietro due o tre alimentatori diversi. Io rientro in pieno in questa categoria, tra redazione, scrivania a casa e trasferte. Due settimane di convivenza mi hanno lasciato un’idea abbastanza precisa, anche se su un paio di punti resto col dubbio. Ma ci arrivo. Attualmente è disponibile su Amazon Italia.
Il primo contatto, dentro la scatola
Confezione piccola, compatta, in stile Anker ormai consolidato. La apri e il caricatore è lì, protetto bene, con quella sensazione un po’ premium del cartoncino spesso che fa il suo effetto anche se poi finisce nella raccolta differenziata dopo dieci minuti.
Dentro trovi il dispositivo, una guida rapida e la documentazione di garanzia (24 mesi, vale la pena ricordarlo). E poi? E poi niente. Niente cavo. Questo me lo aspettavo, ma fa comunque storcere il naso. Stai comprando un caricatore che promette 140W su una porta sola, e per tirare fuori quei watt davvero ti serve un cavo all’altezza, che non c’è. Quindi metti in conto una spesa extra, oppure usi i cavi buoni che già hai (io avevo i miei, ne parlo dopo).
La dotazione, a conti fatti, è essenziale. C’è chi dirà che a questo prezzo un cavo decente potevano metterlo, e c’è da dire che hanno ragione. Dall’altra parte capisco la scelta: chi compra un prodotto così di solito ha già il suo arsenale di cavi e non vuole pagarne uno generico nel pacchetto. Mah. Resta il fatto che apri la scatola e c’è meno di quanto vorresti.
Design e costruzione
La prima cosa che ho notato prendendolo in mano è il peso. Circa 205 grammi che, per un oggetto così piccolo, si sentono tutti. Non è pesante in senso assoluto, ma è denso, compatto, ti dà quella sensazione di roba seria e non di plastica vuota. Le dimensioni dichiarate sono 65 x 52 x 35 mm, e quando Anker dice “grande come una custodia di auricolari” non sta mentendo poi così tanto.
Il corpo è nero opaco, con una finitura che resiste bene alle ditate (non del tutto, ma quasi). Sui due lati ci sono delle scanalature, una specie di “vita” scolpita nella scocca, che oltre a fare scena aiutano la presa quando lo infili e lo sfili dalla presa a muro. E qui c’è una scelta di design che mi è piaciuta parecchio: è più alto che largo, con le tre porte USB-C rivolte verso il basso.
Perché è furbo? Perché i cavi scendono invece di sporgere in avanti, e questo significa due cose. Primo, occupi meno spazio frontale, comodo dietro un mobile o in una ciabatta affollata. Secondo, il baricentro resta basso e il caricatore tende a restare ben piantato nella presa invece di penzolare e magari sganciarsi. Dettaglio da poco? Provate a usare per un mese un alimentatore pesante che esce dritto dal muro e poi ne riparliamo.
La spina ripiegabile è l’altra carta vincente sul fronte costruttivo. Si chiude a filo del corpo, e in quel momento il blocchetto diventa una tasca liscia che butti nello zaino senza che i poli ti grattino tutto il resto. Questa cosa, banalissima sulla carta, nella pratica cambia la vita a chi viaggia. Lo dico da persona che si è ritrovata troppe volte con spine che bucano fodere e graffiano schermi nello stesso scomparto.
Scheda tecnica
Prima di entrare nel vivo dell’uso, mettiamo in fila i numeri che contano. Ho tenuto solo le voci davvero rilevanti per un caricatore GaN di questa fascia, senza riempire la tabella di roba inutile.
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Modello | A2687 |
| Potenza totale | 160W |
| Potenza massima porta singola | 140W (PD 3.1) |
| Numero porte | 3 USB-C |
| Tecnologia | GaNPrime 2.0 |
| Distribuzione potenza | PowerIQ 5.0 |
| Protezione | ActiveShield 4.0 |
| Protocolli supportati | PD 3.1, PPS, QC, SCP |
| Display | 1,3″ a colori, rotazione automatica 360° |
| Connettività | Bluetooth (app Anker, OTA) |
| Spina | Ripiegabile |
| Dimensioni | 65 x 52 x 35 mm |
| Peso | circa 205 g |
| Garanzia | 24 mesi |
La tecnologia sotto la scocca
Qui dentro c’è più ingegneria di quanta ne immagineresti per un oggetto che alla fine “carica e basta”. Il cuore è la tecnologia GaNPrime 2.0, l’evoluzione del nitruro di gallio che Anker usa ormai da anni al posto del silicio classico. Il punto del GaN, in soldoni, è che dissipa meglio e occupa meno spazio: ecco perché un caricatore così piccolo riesce a sparare fuori 160W senza diventare grande come un mattone.
Poi c’è il PowerIQ 5.0, che è il cervello della distribuzione. È lui che decide, istante per istante, quanta potenza mandare a ciascuna porta in base a cosa hai collegato. Colleghi solo il portatile? Si prende tutto. Aggiungi un telefono? Ribilancia al volo. Non devi pensarci, ed è giusto che sia così, anche se ammetto che la prima volta restavo a fissare lo schermo per capire la logica con cui spostava i watt.
Sul fronte sicurezza lavora ActiveShield 4.0, il sistema che monitora la temperatura e taglia la potenza quando le cose si scaldano troppo. C’è una protezione termica vera e propria: se la temperatura interna sale oltre soglia, la ricarica rallenta finché tutto non rientra. Una rete di sicurezza che speri di non vedere mai in azione, ma che è bene sapere ci sia.
La compatibilità è ampia: PD 3.1 come standard di punta, ma anche PPS per la ricarica adattiva dei telefoni, QC e SCP. In pratica significa che questo blocchetto parla la lingua di quasi tutto: MacBook, portatili Windows, iPhone, Android di varia natura. Internamente, da quel che è emerso dai teardown tecnici, usa una topologia efficiente e componenti di buona caratura. Non è il classico aggeggio assemblato al risparmio, e si vede.
L’app e il display
Lo schermo è la cosa che ti conquista per prima, lo ammetto. Un display da 1,3 pollici a colori che ti mostra in tempo reale i watt totali, la potenza su ciascuna porta e la temperatura. Avere sempre sotto controllo la velocità di ricarica, senza app, senza tirare fuori il telefono, è una comodità che dopo due giorni dai per scontata e poi ti manca quando usi un caricatore normale.
La rotazione automatica a 360° funziona bene. Giri il caricatore, gira lo schermo, sempre leggibile da qualunque angolazione. C’è anche un tastino fisico: lo premi una volta per svegliare lo schermo o cambiare pagina, lo tieni premuto due secondi per spegnerlo, lo premi tre volte se vuoi ruotare la schermata a mano e disattivare l’automatismo per quella sessione. Roba intuitiva, ci prendi la mano in un attimo.
E poi c’è l’app Anker, collegata via Bluetooth. Sulla carta ti permette di sbloccare modalità di ricarica personalizzate, regolare la luminosità dello schermo, gestire la rotazione e ricevere aggiornamenti firmware OTA. Sulla carta. Perché qui devo essere onesto: l’ho installata e provata, ma sul fronte compatibilità e stabilità della connessione ci sono dei punti interrogativi. Non sempre il pairing fila liscio, e non è solo una mia impressione, basta dare un’occhiata alle domande frequenti ufficiali per trovare voci dedicate al Bluetooth che non si aggancia o all’aggiornamento che si pianta.
Il bello è che il caricatore funziona benissimo anche senza app. Le tre modalità principali (automatica, standard e personalizzata) le selezioni direttamente dallo schermo, e per il 90% degli usi non ti servirà mai aprire il telefono. Quindi l’app la vedo come un extra opzionale più che come un pezzo indispensabile dell’esperienza. Se si collega, bene. Se fa i capricci, vivrai lo stesso.
Prestazioni di ricarica
Arriviamo al dunque, perché un caricatore alla fine si giudica su questo: quanto è veloce e quanto è affidabile. E qui le note sono buone, con una premessa importante sui numeri.
I 160W sono la potenza totale, quella che il caricatore può erogare distribuita su più porte contemporaneamente. I 140W, invece, sono il massimo che esce da una singola porta, ed è un valore reale, non gonfiato per il marketing. L’ho verificato collegando il portatile da solo: la potenza sale e resta su, senza quei cali improvvisi che con certi alimentatori ti fanno dubitare di tutto. Anker dichiara di portare un MacBook Pro da 16″ dallo 0 al 50% in circa 25 minuti, e per quanto io non abbia preso il cronometro alla mano, la sensazione di ricarica è di quelle rapide sul serio.
Quando colleghi più dispositivi, il PowerIQ 5.0 ridistribuisce. Con due porte occupate puoi avere configurazioni tipo 100W più 60W, oppure 70W e 70W. Con tre dispositivi si scende a combinazioni come 100W, 30W e 30W, o 70W, 70W e 20W. Tradotto: una porta resta sempre capace di alimentare seriamente un portatile, mentre le altre due si occupano di telefono e tablet senza che nessuno resti a secco.
Il capitolo calore merita una nota franca. Scalda. Abbastanza. Sotto carico pieno, con il portatile attaccato che tira parecchio, il corpo del caricatore diventa caldo al tatto, non bollente ma decisamente tiepido tendente al caldo. È nella norma per un GaN che concentra tanta potenza in così poco spazio, e la protezione termica è lì apposta per gestirlo. Una cosa però la dico con sollievo: di coil whine, quei fastidiosi ronzii elettrici che certi alimentatori emettono sotto sforzo, non ne ho sentiti. Nemmeno la sera tardi, con la casa in silenzio e l’orecchio teso apposta. E per uno che ci tiene al silenzio, è un bel punto a favore.
Un discorso a parte meritano gli smartphone, perché lì la potenza bruta non è tutto. Grazie al PPS, la ricarica del Galaxy S26 Ultra e dell’iPhone è risultata rapida ma anche gestita con criterio, con la tensione modulata in modo da non far scaldare troppo la batteria del telefono. È una di quelle cose che non vedi sullo schermo del caricatore ma che ti ringrazi nel lungo periodo, perché una batteria che scalda meno durante la ricarica è una batteria che dura di più negli anni. Nei miei giorni di prova i telefoni si sono caricati in fretta senza mai diventare roventi, e questo per me conta quanto la velocità pura.
Due settimane sul campo
Le specifiche raccontano una storia, l’uso vero ne racconta un’altra. Ho tenuto questo caricatore in rotazione fissa per circa due settimane, alternandolo tra la scrivania a casa, lo zaino delle trasferte e perfino le sessioni di tiro al campo. Vi racconto com’è andata.
Il banco di prova principale è stata la scrivania nella villa. Lì il blocchetto è diventato il punto di ricarica unico per tutto: il MacBook sulla porta principale, e a turno un portatile ASUS, il mio Samsung Galaxy S26 Ultra e l’iPhone. La scena tipo era questa: MacBook in carica mentre lavoravo, telefono appoggiato di fianco che si riprendeva, e lo sguardo che ogni tanto cadeva sullo schermino per vedere i watt ballare. Dafne e Anubi nel frattempo russavano sotto la scrivania, totalmente indifferenti alla mia fascinazione per un caricatore. Loro hanno le idee chiare su cosa conta nella vita.
La cosa che mi ha colpito è la gestione del multiporta. Attaccare il portatile esigente e il telefono nello stesso momento, e vedere entrambi caricare a velocità sensata senza che il computer rallentasse fino a fermarsi, è esattamente quello che ti aspetti da un prodotto di questa fascia e che troppo spesso non ottieni. Qui invece sì. Un caricatore al posto di tre alimentatori sparsi, sulla scrivania, fa ordine in modo quasi terapeutico.
Poi le trasferte. E qui la spina ripiegabile e la compattezza si sono guadagnate la pagella migliore. L’ho buttato nello zaino tante volte, tra Cupra e Renault Zoe a seconda della giornata, e non ha mai fatto la fastidiosa abitudine dei vecchi alimentatori di impigliarsi e graffiare. Una volta arrivato, lo tiri fuori, apri la spina, lo infili e in pochi secondi hai una stazione di ricarica completa per più dispositivi in uno spazio ridicolo. Per chi si sposta spesso questa è la vera ragione d’acquisto, più ancora dei watt.
L’uso forse più curioso è stato al CUS Roma, durante le sessioni di tiro con l’arco. Tra una serie e l’altra, con il telefono che va giù in fretta tra cronometri, foto e gestione dei gruppi, avere un caricatore così potente da poter rabboccare al volo telefono e tablet nei momenti morti è stato più comodo del previsto. Non è lo scenario per cui è nato, ma si è adattato senza problemi. Anzi, mi ha tolto qualche ansia da batteria scarica che conosco bene.
C’è poi il classico momento del mattino, quello in cui devi uscire e ti accorgi che tutto è scarico. Una di quelle mattine ho attaccato contemporaneamente il portatile e il Galaxy S26 Ultra, gli ho dato il tempo di un caffè e di portare fuori i cani in giardino, e quando sono rientrato il telefono aveva recuperato una quantità di carica che con un caricatore normale me la sarei sognata. È in questi piccoli scenari di vita reale, più che nei numeri di laboratorio, che capisci il valore di un caricatore potente. Non perché ti serva sempre il massimo, ma perché quando hai fretta quella velocità in più ti salva la giornata.
Una nota onesta sui limiti del mio test: due settimane sono abbastanza per farsi un’idea solida sull’uso quotidiano, ma non sono abbastanza per dire qualcosa di sensato sulla durata nel tempo. Su quel fronte ho letto in giro qualche segnalazione di display che hanno smesso di rispondere dopo un periodo, e per correttezza lo riporto, anche se sulla mia unità non ho avuto il minimo accenno di problema. Servirebbe più tempo per esprimersi davvero sull’affidabilità a lungo termine.
Approfondimenti
Ci sono alcuni aspetti che meritano di essere sviscerati uno per uno, perché è nei dettagli che un caricatore del genere si gioca la differenza rispetto a un mattoncino qualsiasi da venti euro.
I 140W su una porta sola, cosa cambia davvero
Il numero magico qui è 140. È la potenza che una singola porta riesce a erogare, ed è tarata esattamente sui portatili più esigenti, i MacBook Pro da 16″ in testa, che chiedono proprio quel tipo di alimentazione per caricare alla massima velocità. Il punto chiave, e mi è piaciuto, è che non devi pensare a quale porta usare. Tutte e tre erogano fino a 140W in modalità singola, quindi infili il cavo dove capita e funziona.
C’è chi obietterà che la differenza tra 140W e i 160W totali sono solo 20 watt, e che nella pratica non cambia la vita. Ed è verissimo, su un singolo dispositivo quei 20 watt non li percepirai mai. Il senso dei 160W non è alimentare un mostro impossibile, ma avere margine quando colleghi più cose insieme. Mi spiego meglio: i 160W servono per non sacrificare nessuno quando la scrivania si riempie. Su un dispositivo solo, i 140W bastano e avanzano.
La distribuzione della potenza tra più dispositivi
Qui entra in scena la parte intelligente. Il sistema decide come spartire i watt, e lo fa con logiche prestabilite ma anche, volendo, personalizzabili tramite app. La filosofia di base è dare priorità a chi ha più bisogno, di solito il portatile, lasciando alle altre porte quel che resta per telefono e tablet.
Nella mia esperienza la gestione automatica è risultata più che azzeccata per il 99% degli scenari. Ricordate il discorso sul multiporta della scrivania? Ecco, qui torna utile: collegavo tre cose e non ho mai dovuto mettere mano a niente, ci pensava lui a fare le proporzioni giuste. Le modalità personalizzate via app esistono per chi vuole forzare una certa priorità, ma sono uno sfizio da smanettoni più che una necessità reale. La maggior parte delle persone non le toccherà mai, e va benissimo così.
Le tre modalità di ricarica
Un aspetto che all’inizio avevo sottovalutato sono le modalità di ricarica. Sono tre, e le selezioni direttamente dallo schermo senza bisogno di niente altro. La prima è l’automatica, quella intelligente, che lascia decidere al sistema come ripartire la potenza in base a cosa colleghi. È quella che ho usato il 95% del tempo, perché ci azzecca da sola e non devi pensarci.
Poi c’è la modalità standard, più prevedibile e lineare nella distribuzione, e infine quella personalizzata, dove sei tu a stabilire le priorità tra le porte. Quest’ultima è dove l’app entra davvero in gioco, perché è lì che configuri i profili su misura. Ora, la parte interessante: per l’utente medio l’automatica basta e avanza, e le altre due restano un di più per chi ha esigenze particolari. Tipo caricare prima e più in fretta un dispositivo specifico lasciando gli altri al minimo. Io ci ho giocato un paio di sere per curiosità, ho capito la logica, e poi sono tornato all’automatica perché funzionava già benissimo. Una di quelle funzioni che è bello sapere di avere, anche se poi non usi quasi mai. E va bene così.
Il display rotante e quanto serve
Domanda legittima: uno schermo su un caricatore è utilità vera o gadget fine a se stesso? La mia risposta, dopo due settimane, è: più utile di quanto pensassi, ma non indispensabile. Vedere i watt in tempo reale ti dà un controllo che prima non avevi. Capisci se un cavo sta limitando la ricarica, se un dispositivo sta tirando meno del previsto, se qualcosa non va. È diagnostica spicciola che torna comoda più spesso di quanto immagini.
La rotazione automatica è la ciliegina che rende il tutto fruibile sul serio: in qualunque modo orienti il caricatore, lo schermo si gira e resta leggibile. Detto questo, è onesto ammettere che potresti vivere benissimo anche senza. Un caricatore carica uguale, con o senza schermo. Ma una volta che ce l’hai, ti ci affezioni, e tornare al buio totale di un alimentatore muto sembra quasi un downgrade. Strano: dovrebbe essere un dettaglio secondario, invece è diventato uno dei motivi per cui mi piace.
Calore e gestione termica
Ne ho già accennato, ma il tema merita il suo spazio perché è il difetto più tangibile. Sotto carico pieno scalda, e non poco. Il corpo diventa caldo al tatto, e se lo tieni in uno spazio chiuso e poco ventilato la cosa si accentua. È fisiologico per un GaN che spreme 160 watt in un volume così piccolo, ma chi si aspetta un oggetto sempre freddo resterà spiazzato.
La buona notizia è che il calore è gestito, non subìto. La protezione termica di ActiveShield 4.0 interviene se le temperature salgono troppo, riducendo la potenza per riportare tutto in sicurezza. Nei miei utilizzi non sono mai arrivato a quel punto, segno che in condizioni d’uso normali il margine c’è. Però il consiglio pratico è semplice: dategli aria. Non infilatelo soffocato dietro un mobile mentre carica a manetta, e andrà tutto liscio. Una piccola attenzione che ripaga.
Compattezza e spina ripiegabile
Se dovessi indicare la singola caratteristica che fa la differenza nell’uso quotidiano, non sarebbero i watt. Sarebbe la portabilità. Avere tutta questa potenza in un corpo grande quanto la custodia di un paio di auricolari, con la spina che si chiude a filo, è il genere di cosa che apprezzi ogni singolo giorno senza farci più caso, finché non torni a usare un alimentatore ingombrante e ti chiedi come hai fatto prima.
La spina ripiegabile, in particolare, è una di quelle feature che dovrebbero essere obbligatorie su ogni caricatore da viaggio. Niente più poli che spuntano, niente più graffi nello zaino, niente più quel fastidio di dover trovare lo scomparto giusto perché altrimenti rovina tutto. Lo chiudi, diventa liscio, lo butti dove capita. A conti fatti, è il dettaglio che mi ha fatto innamorare più dello schermo.
Il cavo che manca nella confezione
Torniamo sul tasto dolente, perché è giusto insistere. Compri un caricatore che vende potenza come argomento principale, e nella scatola il cavo non c’è. Significa che, per sfruttare i 140W pieni su una porta, devi assicurarti di avere un cavo capace di reggere quella potenza. Non un cavetto qualsiasi, di quelli che si limitano a pochi watt, ma uno tarato sull’alto wattaggio.
Io ero coperto, avevo già in casa cavi USB-C adeguati dalle mie scorte, quindi per me non è stato un problema reale. Ma chi parte da zero deve mettere in conto una spesa aggiuntiva, e a un prezzo di listino già impegnativo la cosa pesa. Non è che il caricatore non funzioni senza il cavo giusto, sia chiaro: funziona, ma rischi di non vedere mai i numeri pieni che ti hanno fatto comprare. Tenetelo a mente prima dell’acquisto.
Compatibilità e protocolli
Sul fronte compatibilità c’è poco da eccepire, ed è uno dei pregi più solidi. Il supporto a PD 3.1 garantisce la massima potenza con i portatili moderni, mentre PPS si occupa della ricarica adattiva degli smartphone, quella che modula la tensione con precisione per scaldare meno la batteria del telefono. Ci sono anche QC e SCP a coprire altri standard.
Tradotto in pratica: ho collegato dispositivi diversissimi tra loro, dal MacBook all’ASUS, dal Galaxy S26 Ultra all’iPhone, e ognuno ha caricato come si deve, alla velocità che il singolo dispositivo è in grado di gestire. È il tipo di versatilità che ti aspetti da un prodotto pensato per essere l’unico caricatore che ti porti dietro. Niente caricatore proprietario, niente compromessi a seconda della marca. Una porta vale l’altra, e va bene praticamente con tutto.
Pregi e difetti
Riepilogando dopo due settimane di convivenza vera, ecco cosa funziona e cosa no, senza giri di parole.
Quello che mi è piaciuto:
- Potenza vera e affidabile: i 140W su porta singola ci sono e si sentono, niente cali sospetti
- Compattezza notevole per i watt erogati, con la spina ripiegabile che è oro puro in trasferta
- Il display a colori con rotazione automatica, utile per tenere sotto controllo la ricarica
- Design verticale con porte verso il basso, resta saldo nella presa e occupa poco spazio frontale
- Compatibilità ampia grazie a PD 3.1, PPS, QC e SCP, va bene con quasi tutto
Quello che non mi ha convinto:
- Cavo assente nella confezione, e per i 140W pieni te ne serve uno all’altezza
- Scalda parecchio sotto carico pieno, va lasciato respirare
- L’app via Bluetooth non sempre si collega senza intoppi, esperienza altalenante
- Prezzo impegnativo, soprattutto per chi carica solo uno o due dispositivi
- Niente porta USB-A, scelta sensata oggi ma che potrebbe limitare chi ha ancora vecchi cavi
Prezzo e posizionamento
Veniamo alle cifre, che poi è dove molti decidono. Il prezzo di listino in Europa si attesta sui 129 euro, anche se cercando un attimo lo si trova spesso a meno, intorno ai 116 euro e con sconti periodici che possono abbassare ulteriormente la spesa. Resta comunque un investimento serio per un caricatore, su questo non giriamoci intorno.
Ha senso spenderli? Dipende tutto da chi sei. Se carichi un solo dispositivo la sera, è denaro sprecato: un buon caricatore da 100W ti costa una frazione e fa il lavoro. Il valore di questo blocchetto emerge quando hai più dispositivi esigenti, quando viaggi spesso, quando la compattezza e la possibilità di sostituire due o tre alimentatori con uno solo diventano un vantaggio quotidiano concreto.
In quel caso il prezzo, pur alto, comincia ad avere una sua logica. Stai pagando per la potenza concentrata, per la portabilità reale, per il display e per una qualità costruttiva che si percepisce. Non è un acquisto d’impulso, è un acquisto ragionato per un profilo d’uso specifico. E se rientri in quel profilo, i soldi sono spesi bene.
Un consiglio spassionato sul fronte acquisto: questo genere di prodotti tende a scendere di prezzo con una certa regolarità, tra promozioni stagionali e sconti vari. Se non hai una fretta disperata, vale la pena tenere d’occhio le offerte invece di pagarlo a prezzo pieno il primo giorno. La differenza tra il listino e un buon momento di sconto può essere sostanziosa, e a quel punto il rapporto tra quello che spendi e quello che porti a casa diventa decisamente più interessante. Io stesso, dovendo consigliare, direi di aspettare il momento giusto piuttosto che buttarsi a occhi chiusi. Attualmente è disponibile su Amazon Italia.
Verdetto
Due settimane mi hanno lasciato con un’impressione chiara e una sorpresa. L’impressione: il caricatore Anker Prime da 160W fa esattamente quello che promette, con una potenza reale e una praticità d’uso che in trasferta diventano quasi indispensabili. La sorpresa: a fregarmi non sono stati i watt, ma la compattezza e quella benedetta spina che si ripiega.
Lo consiglio a chi gira con un portatile esigente più altri dispositivi, a chi viaggia per lavoro, a chi è stanco di portarsi dietro un sacchetto di alimentatori diversi e vuole un’unica soluzione potente e tascabile. È per loro che questo prodotto dà il meglio, ed è lì che giustifica il prezzo.
Lo sconsiglio, invece, a chi carica un dispositivo solo e non si sposta mai dalla scrivania di casa. Per quel tipo di uso è sovradimensionato e troppo caro, e spenderesti molto per funzioni che non sfrutteresti. Stessa cosa per chi cerca un oggetto sempre freddo o non vuole aggiungere la spesa di un cavo adeguato.
Per il mio uso, tra redazione, scrivania e trasferte, è entrato in pianta stabile nello zaino e non credo ne uscirà presto. Se la mia idea cambierà tra qualche mese, magari sull’affidabilità nel tempo, lo scoprirò sul campo. Ma oggi, qui e ora, è il caricatore che porto con me senza pensarci due volte.





