I costruttori auto europei tornano a chiedere modifiche sui confini europei della produzione industriale, e lo fanno prendendo di mira l’Industrial Accelerator Act, il provvedimento con cui la Commissione Europea vuole rafforzare la manifattura del continente e ridurre la dipendenza dalle tecnologie che arrivano da fuori. A muoversi è l’ACEA, l’Associazione europea dei costruttori di automobili, che sostiene l’obiettivo di Bruxelles ma chiede al tempo stesso di rivedere alcuni passaggi del testo attuale. Il timore è chiaro. Regole troppo rigide rischiano di produrre effetti indesiderati proprio sul settore che dovrebbero proteggere.
Incentivi, filiere e valore reale del Made in Europe
Uno dei nodi principali riguarda gli obblighi di localizzazione. Secondo l’associazione, imporre una quota più alta di componenti e assemblaggi realizzati in Europa farebbe salire i costi di produzione, e quindi servirebbero strumenti di compensazione adeguati. Si parla di incentivi per i veicoli elettrici oppure di programmi di sostegno agli acquisti pubblici di mezzi costruiti nell’Unione Europea. Insomma, se aumentano i vincoli, devono aumentare anche gli aiuti.
C’è poi la questione del metodo di calcolo. L’attuale proposta guarda soprattutto all’origine dei singoli pezzi, mentre i costruttori vorrebbero che venissero valorizzati anche altri elementi. Parliamo di ricerca e sviluppo, progettazione, ingegneria e competenze industriali maturate negli stabilimenti europei. In pratica, non solo dove viene fabbricato il bullone, ma anche dove nasce il progetto. Tra le richieste spunta anche il riconoscimento del Regno Unito come partner equivalente all’interno delle regole sul Made in Europe, dato che le filiere britanniche restano ancora fortemente integrate con quelle comunitarie.
Batterie, investimenti e veicoli industriali
Un altro punto delicato riguarda gli impianti che i costruttori hanno già aperto in Paesi molto legati al mercato europeo, come Marocco e Turchia. Basti pensare che la Dacia Sandero esce anche dallo stabilimento di Tangeri, mentre la Renault Clio viene prodotta pure a Bursa. L’ACEA chiede una clausola che permetta di continuare a valorizzare queste produzioni, a patto che gli impianti siano già operativi prima dell’entrata in vigore della nuova normativa. Una tutela per chi ha già investito, insomma.
Sul fronte delle batterie, l’associazione domanda tempi più realistici per la localizzazione della produzione e una distinzione più netta tra autovetture e veicoli pesanti. Per autobus e camion il ragionamento è pratico. La capacità produttiva europea di batterie non basterà a coprire la domanda prevista entro il 2030, e imporre obblighi troppo stringenti finirebbe solo per far lievitare i costi senza un vero vantaggio.
A queste si aggiungono altre richieste, come una decisa semplificazione degli obblighi amministrativi. L’associazione ricorda infine che la competitività dell’industria automobilistica europea passerà anche da interventi paralleli su energia, autorizzazioni, formazione del personale e regole meno complicate, tutti tasselli ritenuti indispensabili per tenere la produzione dentro i confini europei.