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La NASA ha illustrato nel dettaglio il piano con cui intende riportare gli astronauti sulla superficie lunare già nel 2028, all’interno del programma Artemis. Durante una lunga conferenza stampa che si è tenuta venerdì, l’agenzia spaziale americana ha descritto per la prima volta in modo ufficiale l’architettura delle prossime missioni, riconoscendo alcune modifiche piuttosto consistenti rispetto ai progetti originari. Molte di queste informazioni circolavano già da tempo, ma finora nessuno le aveva messe nero su bianco con questo livello di precisione.
Le novità più rilevanti riguardano i due lander lunari. Per Starship di SpaceX il piano rivisto prevede che la capsula Orion si agganci al modulo di allunaggio in orbita terrestre alta, prima del trasferimento verso la Luna. Blue Origin invece punta su quattro lanci del razzo New Glenn senza alcun rifornimento tra un veicolo e l’altro, con la possibilità che il lander Blue Moon incontri Orion in orbita lunare bassa.
Anche il calendario resta sostanzialmente invariato. I vertici dell’agenzia continuano a puntare all’estate del 2027 per Artemis III, una missione dimostrativa con aggancio sia a Blue Moon sia a Starship nei pressi della Terra. Artemis IV, quella dell’atterraggio vero e proprio sulla superficie lunare, rimane fissata al 2028. “Il percorso che stiamo seguendo è realizzabile”, ha spiegato l’amministratore Jared Isaacman, aggiungendo che l’agenzia dispone del mandato, delle risorse e del sostegno necessari per portarlo a termine.
NASA: Starship e il nodo dei rifornimenti in orbita
Nei primi mesi del 2026 la richiesta principale degli ingegneri di SpaceX era chiara. Volevano eliminare l’obbligo di agganciarsi a Orion in un’orbita halo quasi rettilinea attorno alla Luna, una soluzione che richiedeva più energia e portava con sé diverse complicazioni. La cancellazione del Lunar Gateway, decisa quest’anno, ha di fatto risolto il problema. Ora il lander verrà rifornito in orbita terrestre bassa e si unirà alla capsula in orbita alta. L’equipaggio viaggerà verso la Luna a bordo di Orion e poi due dei quattro astronauti passeranno su Starship per scendere in superficie.
Il vero interrogativo resta il numero di lanci cisterna necessari per riempire i serbatoi. Giovedì un comitato per la sicurezza della NASA ha parlato di “circa 22” missioni. Elon Musk ha contestato la cifra sostenendo che ne basteranno da sei a otto. L’agenzia ha preferito non sbilanciarsi perché le incognite sono ancora tante, dalla capacità di carico del razzo alla quantità di metano criogenico e ossigeno liquido che evapora in orbita, fino all’efficienza del travaso di propellente da una nave all’altra. Isaacman ha comunque definito plausibile la stima di Musk, pur considerandola il “potenziale stato finale definitivo” del sistema.
Blue Moon e il nuovo Centaur V esteso
Blue Origin ha rivisto i propri piani per rispondere alla richiesta di tempi più rapidi. Un razzo New Glenn, nella versione sacrificabile 7×2 oppure in quella riutilizzabile 9×4, porterà in orbita bassa tre stadi di trasferimento ispirati al lander Blue Moon Mark 1, ma con modifiche importanti. Successivamente verrà lanciato Blue Moon Mark 2, che si unirà a questi stadi per essere spinto verso la Luna. Il grafico mostrato dalla NASA indica un aggancio con Orion in un’orbita lunare ellittica a circa 8.500 km dalla superficie, anche se si lavora per rendere possibile l’incontro in orbita bassa.
Secondo Jeremy Parsons, responsabile del programma Artemis, un’orbita a poche centinaia di km dalla Luna ridurrebbe in modo significativo il propellente necessario a Blue Moon per la discesa e la risalita. La massa risparmiata potrebbe essere sfruttata altrove e gli astronauti avrebbero occasioni più numerose e rapide per lasciare la superficie in caso di necessità.
Proprio per questo la NASA collabora con United Launch Alliance allo sviluppo di una versione estesa dello stadio superiore Centaur V. Insieme allo stadio centrale dello Space Launch System permetterà a Orion di raggiungere l’orbita lunare bassa. Si tratta di una svolta notevole, visto che il modulo di servizio poco performante della capsula non ha mai avuto la spinta sufficiente per partire dalla Terra, arrivare in orbita bassa attorno alla Luna e tornare indietro fino all’ammaraggio nel Pacifico.
Per anni l’agenzia ha ripiegato su soluzioni alternative come il Gateway, scaricando sui costruttori dei lander il peso delle prestazioni. “Portare Orion in orbita lunare bassa significa affrontare problemi di propulsione e integrazione rimasti irrisolti per troppo tempo”, ha ammesso Isaacman. L’amministratore ha poi spiegato che l’agenzia sta ascoltando i dati e osservando i progressi dei partner per capire dove intervenire, perché avvicinare Orion alla Luna rende il loro lavoro sensibilmente più semplice.
Fonte: TecnoAndroid


