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Aree marine protette: solo il 2% dell’oceano si sta davvero riprendendo

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Proteggere gli oceani è diventata una priorità globale sulla carta, ma i numeri raccontano una storia meno rassicurante: le aree marine protette esistono, si moltiplicano, vengono annunciate con conferenze stampa e mappe colorate, e nella pratica funzionano molto meno di quanto si pensi. Pesca ancora consentita, regole applicate con la mano leggera, gestione insufficiente. Il risultato è che una fetta enorme di quelle zone tutelate lo è soprattutto nei documenti.

Il riferimento internazionale è la Meta 3 del Quadro globale sulla biodiversità di Kunming Montreal, che chiede di conservare e gestire in modo efficace almeno il 30% delle terre emerse, delle acque interne e delle zone costiere e marine entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, che però va confrontato con la fotografia attuale. Istituzioni come Protected Planet e UNEP WCMC registrano circa il 9,79% dell’oceano all’interno di aree marine protette, con una copertura decisamente più ampia nelle acque nazionali rispetto alle zone fuori da qualsiasi giurisdizione.

Il divario tra superficie dichiarata e protezione reale

Qui arriva il dato che pesa. Meno del 2% dell’oceano si troverebbe dentro AMP in cui gli ecosistemi stanno davvero recuperando. La cifra va trattata come provvisoria, perché la scienza non l’ha ancora confermata, però altri numeri vanno nella stessa direzione e sono difficili da liquidare. Le aree con protezione totale o alta coprivano appena il 3,81% dell’oceano nel 2025, mentre quelle con protezione minima arrivavano al 5,81%.

Tradotto: la superficie protetta cresce, la protezione severa no. Non in proporzione, almeno. È uno squilibrio che dice molto su come si sta lavorando, perché la copertura da sola non misura la conservazione effettiva. Per capire se una riserva funziona serve guardare tre cose insieme, ovvero il livello reale di tutela, la fase di attuazione in cui si trova l’area e i risultati ecologici ottenuti sul campo. E i requisiti per il successo di una riserva marina sono piuttosto chiari. Divieto di pesca, norme davvero applicate, un’anzianità superiore ai dieci anni e un habitat isolato. Mancando questi elementi, il perimetro sulla mappa resta un disegno.

Divieto totale contro uso multiplo, cosa dicono i dati

Le aree marine protette completamente interdette alla pesca tendono a produrre benefici maggiori per la biomassa ittica. Uno studio pubblicato su PNAS nel 2024, costruito su oltre 14.000 censimenti, ha stimato un aumento mediano della biomassa dei pesci del 58,2% nelle zone a divieto totale, contro il 12,6% nelle aree a uso multiplo. Un confronto che sembrerebbe chiudere il discorso.

Solo che, dopo aver controllato diversi fattori di confondimento con modelli bayesiani, la differenza di efficacia tra divieto totale e uso multiplo si è ridotta all’8,3%. Il che ribalta parzialmente la lettura iniziale. Le aree a uso multiplo possono ottenere risultati confrontabili con quelle a divieto assoluto, a una condizione: personale sufficiente e regole adeguate. Quando le norme sono deboli o i controlli quasi assenti, invece, fallliscono.

Il fattore che nessuna riserva riesce a contenere

C’è poi un avversario che non si ferma ai confini di una riserva, e cioè il cambiamento climatico. Il riscaldamento delle acque è associato a una biomassa minore e ad alterazioni nella composizione delle comunità marine, e le AMP non possono compensare da sole trasformazioni di questa scala.

Uno studio pubblicato nel 2026 ha modellizzato 2.800 barriere coralline tropicali, mostrando quanto gli impatti umani stiano abbattendo biomassa e biodiversità. Il dato più duro riguarda i pesci piscivori, con una riduzione del 120% della loro biomassa. Di fronte a un declino di questa portata, le aree marine protette riescono a recuperare circa il 5% della perdita, e i benefici più evidenti si registrano soltanto nelle zone più vecchie e integralmente protette.

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