La possibilità che Apple riesca a usare memorie cinesi sugli iPhone, persino su quelli pensati per il mercato cinese, appare più remota di quanto l’azienda di Cupertino sperasse. Il colosso americano sta provando a convincere l’amministrazione Trump a concederle il permesso di acquistare chip di memoria da due società cinesi, CXMT e YMTC, entrambe finite nella blacklist del Pentagono. Una mossa che riapre una vecchia ferita, con un esito tutt’altro che scontato.
Conviene partire da un chiarimento. Apple non ha alcun obbligo legale di chiedere il permesso, semplicemente perché non esiste una norma che le vieti di comprare componenti da queste due aziende. Se sceglie comunque la via della prudenza, cercando un’autorizzazione ufficiale dalla Casa Bianca, lo fa per due ragioni ben precise.
La prima ha a che fare proprio con la blacklist del Pentagono. Montare chip prodotti da CXMT o YMTC potrebbe tradursi in un divieto d’uso degli iPhone per una parte, o addirittura per la totalità, dei dipendenti federali statunitensi. La seconda è più politica. Apple cerca da sempre di tenere rapporti distesi con qualunque amministrazione si trovi alla guida del Paese. Per questo preferisce muoversi solo dopo aver ottenuto un disco verde formale.
Una storia che si ripete
Il punto è che una vicenda quasi identica si è già consumata. Nel 2022 Apple aveva avanzato la stessa richiesta all’amministrazione Biden, senza ottenere nulla, nonostante la promessa di impiegare quei chip soltanto negli iPhone venduti in Cina. Pur trattandosi di un governo diverso per colore politico, l’opposizione fu netta e trasversale.
A mettere nero su bianco i propri dubbi era stata la Commissione Ristretta per l’Intelligence del Senato americano, che in una lettera scriveva di voler esprimere estrema preoccupazione riguardo alla possibilità che Apple potesse presto procurarsi chip di memoria 3D NAND dal produttore di Stato cinese Yangtze Memory Technologies. Secondo quella missiva, una simile decisione avrebbe introdotto vulnerabilità importanti in termini di privacy e sicurezza nella catena di fornitura digitale globale, viste le relazioni estese ma spesso poco trasparenti tra YMTC, il Partito Comunista Cinese e altre entità sostenute da Pechino.
Nella stessa lettera i senatori sottolineavano un altro aspetto. Qualsiasi accordo con YMTC, a prescindere dal mercato di destinazione dei prodotti, avrebbe finito per legittimare e premiare pratiche commerciali ritenute sleali, capaci di danneggiare le aziende statunitensi su scala globale e di favorire le imprese cinesi a scapito dei concorrenti stranieri. Era circolata l’indiscrezione secondo cui Apple intendeva usare i chip di YMTC esclusivamente sugli iPhone destinati al mercato cinese, ma nemmeno questa precisazione era bastata a smorzare le resistenze.
A rendere il quadro ancora più spinoso c’è un dettaglio per nulla secondario. Tra i firmatari di quella lettera figurava anche Marco Rubio, oggi consigliere per la sicurezza nazionale ad interim dell’amministrazione Trump. Con una figura del genere collocata in un ruolo tanto delicato, sembra davvero complicato che Apple possa strappare adesso quel via libera che le era già stato rifiutato.