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Il mercato delle memorie sta vivendo una fase complicata e a farne le spese, per una volta, è anche Apple. La domanda crescente di chip da parte dei data center ha spostato gli equilibri della filiera, consegnando ai produttori quel potere contrattuale che per anni era rimasto saldamente nelle mani di Cupertino. Il dato più eloquente riguarda il costo della memoria destinata all’archiviazione, che per l’azienda californiana è aumentato del 550% rispetto al 2023.
Una cifra del genere non passa inosservata, nemmeno per un gruppo abituato a muovere volumi enormi come quello guidato dalla mela morsicata. La memoria storage è infatti un componente chiave sia per iPhone sia per Mac, due prodotti che reggono buona parte del business e che non possono fare a meno di questi chip. Quando il loro prezzo cresce in modo così marcato, l’impatto si fa sentire lungo tutta la catena.
Il peso dei data center sulla filiera delle memorie
Il cuore della questione sta nella domanda dei data center, diventata sempre più importante e capace di assorbire quantità di memoria che fino a poco tempo fa sembravano impensabili. Queste infrastrutture hanno bisogno di enormi capacità per conservare ed elaborare dati, e la loro fame di componenti ha cambiato le regole del gioco per chi produce chip.
Davanti a clienti di questo tipo, i fornitori si trovano in una posizione molto più comoda rispetto al passato. Possono scegliere a chi destinare la produzione e soprattutto a quali condizioni venderla. È un ribaltamento netto rispetto agli anni in cui erano i grandi marchi dell’elettronica di consumo a dettare tempi e prezzi, forti della loro capacità di garantire ordini colossali e continuativi.
Per Apple questo significa ritrovarsi su un terreno poco familiare. L’azienda ha costruito nel tempo una reputazione di negoziatrice durissima, capace di ottenere condizioni vantaggiose grazie al peso dei propri acquisti. Ora però la concorrenza per accaparrarsi le memorie arriva da un settore che cresce a ritmi sostenuti e che ha reso meno decisivo il ruolo dei produttori di smartphone e computer.
Da chi detta i prezzi a chi li subisce
Il passaggio è piuttosto chiaro. Cupertino non è più nella condizione di imporre i prezzi delle memorie ai propri partner, ma deve accettare quelli che il mercato propone. Un cambio di prospettiva che pesa parecchio su un’azienda abituata a esercitare un controllo molto stretto sui costi della componentistica.
L’aumento del 550% rispetto al 2023 racconta bene la portata del fenomeno. Non si tratta di un ritocco marginale né di una normale oscillazione di listino, ma di una crescita che modifica in profondità i conti legati alla produzione di iPhone e Mac. La memoria per l’archiviazione è una voce che incide su ogni singolo dispositivo venduto, e quando il suo costo si moltiplica in questo modo il margine di manovra si riduce sensibilmente.
Fonte: TecnoAndroid


