Apple e Intel potrebbero davvero ritrovarsi a collaborare sulla produzione di chip negli Stati Uniti, almeno stando a quanto ha lasciato intendere il presidente americano Donald Trump. L’annuncio, va detto subito, non arriva dalle due aziende ma da un post pubblicato su Truth Social, dove Trump ha parlato di un’intesa che porterebbe parte della fabbricazione dei processori progettati a Cupertino dentro i confini americani.
Il messaggio del presidente collega l’operazione a un tema che gli sta a cuore da tempo, ovvero la ricostruzione di una filiera nazionale dei semiconduttori. Trump ne ha approfittato per togliersi qualche sassolino, accusando “gli stupidi presidenti precedenti” di aver permesso a Taiwan e ad altri Paesi di prendersi una fetta decisiva della produzione mondiale. “Progettiamo tutto, ma dobbiamo costruirlo qui, ora”, ha scritto, spiegando di aver scelto di sostenere Intel proprio per riportare in patria una parte più consistente dell’industria.
Cosa prevede davvero il possibile accordo
Prima di immaginare scenari rivoluzionari conviene chiarire un punto. Non si parla di un ritorno dei processori Intel sui Mac. Apple continuerebbe a disegnare internamente i propri chip su architettura Arm, mentre a Intel toccherebbe il ruolo di fonderia, cioè quello di stabilimento che costruisce fisicamente i componenti pensati dalla società californiana. Due ruoli ben distinti, insomma.
Le ricostruzioni circolate parlano di trattative andate avanti per oltre un anno, fino a una fase più formale nelle ultime settimane. Per Cupertino un’intesa del genere avrebbe senso soprattutto per allargare le opzioni in un momento in cui la dipendenza da TSMC resta molto pesante. La capacità produttiva più avanzata, del resto, se la contendono anche i colossi dei chip per l’intelligenza artificiale, da Nvidia ad AMD, e avere un’alternativa farebbe comodo.
Restano comunque parecchi punti oscuri. Non si sa quali componenti verrebbero coinvolti, con quali volumi, su quali processi produttivi, in che tempi e con quali rese. Senza questi dettagli è complicato misurare la reale portata dell’operazione.
La spinta politica dietro la mossa
Tutto questo si inserisce in una strategia che Trump porta avanti da mesi, cioè riportare negli Stati Uniti una quota più ampia della produzione tecnologica, con i semiconduttori in cima alla lista. All’inizio del 2025 Apple aveva promesso investimenti per 500 miliardi di dollari nel Paese, circa 460 miliardi di euro, aggiungendone poi altri 100, vale a dire intorno ai 92 miliardi di euro, dopo le critiche del presidente sull’assemblaggio degli iPhone all’estero e sulla minaccia dei dazi.
Anche Intel è già finita al centro di questa partita. L’amministrazione ha convertito quasi 9 miliardi di dollari di fondi federali, all’incirca 8 miliardi di euro, in una partecipazione vicina al 10% della società. In parallelo ha sostenuto dazi intorno al 100% sui semiconduttori importati, lasciando però una via d’uscita a chi produce, o promette di produrre, sul suolo americano.
Resta un limite evidente. Tutto questo non rende realistico, almeno nel breve periodo, un iPhone fabbricato interamente negli Stati Uniti. L’assemblaggio finale degli smartphone è molto più difficile da spostare, per via di costi, tempi e complessità della catena. I chip seguono invece una logica diversa, e se Intel riuscisse a garantire capacità affidabile in territorio americano, Apple si ritroverebbe un canale produttivo in più dentro un mercato dei semiconduttori avanzati sempre più conteso.