In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Per Anthropic arriva una battuta d’arresto sul fronte giudiziario. Il tribunale di appello del District of Columbia ha confermato, con il voto favorevole di due giudici su tre, la designazione di supply chain risk decisa dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. L’azienda resta così nella blacklist del Pentagono, e questo significa che i modelli Claude non possono essere impiegati dalle forze armate né dalle società che lavorano come fornitori per la Difesa americana.
Il verdetto va nella direzione opposta rispetto a quanto stabilito a fine agosto da un tribunale della California, che aveva dato ragione alla società guidata da Dario Amodei. Si crea quindi una situazione piuttosto singolare, con due corti federali che sulla stessa vicenda sono arrivate a conclusioni diverse. Un quadro che lascia aperte più di una possibilità per i prossimi passaggi della disputa.
Perché il Pentagono considera Anthropic un rischio
Tutto nasce da una richiesta precisa del governo statunitense. Washington voleva che venissero eliminate le limitazioni previste da Anthropic, così da permettere ai militari di utilizzare Claude per qualsiasi scopo consentito dalla legge. La società californiana ha però detto di no. Il motivo è legato ai paletti che si è data fin dall’inizio, visto che non intende vedere i propri modelli sfruttati per la sorveglianza di massa o per lo sviluppo di armi autonome.
Davanti a quel rifiuto il Pentagono ha scelto la linea dura, arrivando a classificare l’azienda come un pericolo per la sicurezza nazionale. La designazione poggia su due distinte leggi, e per una di queste la competenza spetta in via esclusiva proprio al tribunale di appello del District of Columbia. Ecco perché la partita si è giocata su due tavoli separati, con esiti che finora non coincidono.
In primo grado, davanti alla corte californiana, Anthropic aveva ottenuto una vittoria netta. La giudice Rita Lin aveva definito la designazione illegale e perfino incostituzionale. A Washington le cose sono andate diversamente già da qualche mese: all’inizio di aprile il tribunale di appello aveva respinto la richiesta di sospendere il provvedimento. Ora due dei tre magistrati hanno stabilito che il comportamento dell’amministrazione è stato corretto.
Le prossime mosse dell’azienda, fino alla Corte Suprema
La reazione della società non si è fatta attendere. Un portavoce di Anthropic ha spiegato che l’azienda non condivide la decisione dei giudici, ricordando che un altro tribunale federale ha già riconosciuto come illegittima la designazione parallela voluta dal governo. Nella stessa dichiarazione è stata ribadita la fiducia nella propria posizione, insieme alla volontà di valutare tutte le opzioni disponibili, compresa un’ulteriore revisione del caso.
Le strade percorribili sono sostanzialmente tre. La prima prevede di chiedere un riesame agli stessi giudici che hanno emesso il verdetto. La seconda consiste nel sottoporre la questione all’intero collegio della corte d’appello. La terza, la più impegnativa, porta direttamente alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che avrebbe così l’ultima parola sull’intera vicenda.
Sullo sfondo, negli ultimi tempi, si è registrato un certo riavvicinamento tra l’azienda e l’amministrazione. Da alcune settimane i rapporti sembrano meno tesi, anche se non è affatto chiaro se si arriverà davvero a un accordo amichevole capace di chiudere la controversia fuori dalle aule di giustizia. Il clima politico, del resto, non aiuta. Donald Trump ha attaccato di recente Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, schierandosi contro un possibile intervento legislativo pensato per frenare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Fonte: TecnoAndroid








