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Per Andrew Garfield, 43 anni, il nuovo film di Paul Greengrass è stato qualcosa di più di un semplice ingaggio. L’attore britannico ha descritto The Uprising come una sorta di antidoto ai mali del presente, una storia capace di rispondere a una domanda che lo tormentava ogni mattina. La pellicola, tratta da fatti realmente accaduti, segue un uomo che nell’Inghilterra del Trecento diede il via a una ribellione contro il re. Ed è proprio questo spirito di rivolta ad averlo convinto ad accettare la parte.
Le parole di Garfield sono piuttosto dirette. Il copione, ha spiegato, gli è sembrato “come un antidoto contro l’emarginazione, l’isolamento, l’ansia e la consapevolezza che il mondo è squilibrato, che si commettono ingiustizie grandi e piccole di continuo e che sembra non esserci alcuna resa dei conti”. Poi ha aggiunto un dettaglio molto personale: “Ogni giorno mi svegliavo, come tutti, pensando: le persone che vorrei vedere rispondere delle proprie azioni lo stanno facendo oggi? No. Ogni mattina era una rabbia che si ripeteva”.
Dopo aver letto la sceneggiatura, il pensiero è stato immediato. “Bene, qui c’è una risposta. Questo sembra un buon posto dove incanalare la nostra energia, la nostra arte e il nostro desiderio di mettere ordine nel mondo”. Accanto all’interprete, nel cast del film diretto da Greengrass, figurano anche Jamie Bell e Stephen Dillane.
La storia vera dietro il film di Paul Greengrass
Il racconto prende spunto dalla Rivolta dei contadini che sconvolse l’Inghilterra nel 1381. Sul trono sedeva Riccardo II, un sovrano che all’epoca aveva appena 14 anni. Le tasse altissime e le condizioni di vita durissime spinsero la popolazione a sollevarsi e a marciare verso Londra per chiedere un cambiamento.
L’esito, almeno nell’immediato, fu tragico. La sommossa venne repressa e molti dei suoi capi furono giustiziati. Sul lungo periodo però quella ribellione contribuì a indebolire la servitù della gleba, perché dimostrò che il sistema feudale poteva essere messo in discussione e che conservarlo aveva un prezzo per i signori. I contadini persero la loro battaglia, eppure i mutamenti economici e la resistenza delle campagne resero sempre più complicato tenere in piedi il vecchio ordine.
Cosa pensa la critica e il legame con Robin Hood
The Uprising è già uscito negli Stati Uniti, mentre in Italia bisognerà aspettare il 5 novembre 2026. Le recensioni finora sono state piuttosto altalenanti. Tra i punti di forza vengono citate le interpretazioni, le sequenze d’azione e l’attualità del tema trattato. I limiti, invece, riguardano il tono cupo e la scelta estetica. Il gradimento complessiva della critica si ferma al 57% e il giudizio condiviso sostiene che “la sua miscela di storia e mito risulta più scomoda che illuminante”.
Il mito in questione è quello di Robin Hood. Lo scorso agosto non sono mancate le polemiche quando il film ha cominciato a essere promosso come una storia delle origini del celebre fuorilegge. Lo è davvero? Diciamo che lo è nello spirito, più che nella lettera.
A chiarire il collegamento ci ha pensato lo stesso Paul Greengrass. “Le ballate di Robin Hood sono successive alla Rivolta dei contadini, ebbero un’enorme popolarità e la loro eco dura ancora oggi”, ha spiegato il regista. Il motivo, secondo lui, è semplice: in un’epoca in cui la gente sentiva il mondo come profondamente ingiusto, raccontare di un bandito che si ribellava al potere, proprio mentre ci si sentiva impotenti, teneva vivo il sogno. “È lì che è nata la leggenda di Robin Hood ed è per questo che è nata”, ha concluso Greengrass.
Fonte: TecnoAndroid


