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Amazon contro Perplexity: la Corte d’appello ribalta tutto

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La causa che opponeva Amazon a Perplexity si è chiusa in appello con un esito che ribalta il primo grado e fissa un punto fermo su chi risponde delle azioni di un agente di intelligenza artificiale: l’utente finale. Lo ha messo nero su bianco la US Court of Appeals for the Ninth Circuit in una opinion pubblicata il 4 agosto 2026, dove si stabilisce che la responsabilità non ricade sull’agente in quanto tale, né su chi lo ha sviluppato. Il giudice, va detto, prende una precauzione: gli effetti della decisione restano circoscritti all’interpretazione del Computer Fraud and Abuse Act federale, il CFAA, e del Comprehensive Computer Data Access and Fraud Act della California, il CDAFA. Situazioni diverse potrebbero portare a valutazioni diverse. Il ragionamento, però, resta interessante.

Cosa contestava Amazon al browser Comet

Il bersaglio della causa era Comet, il browser sviluppato da Perplexity. Per funzionare in modalità assistente cattura uno screenshot di quanto compare nella finestra, lo spedisce ai server della società, che analizzano l’immagine e generano le istruzioni da eseguire per consultare il sito di Amazon. Tre elementi in gioco, quindi: l’assistente, che da solo non fa nulla, l’infrastruttura di Perplexity e l’utente, che è quello che dà gli ordini. Secondo Amazon quella catena equivaleva a un accesso non autorizzato alla propria infrastruttura, da cui la presunta violazione di CFAA e CDAFA. Il colosso dell’ecommerce aveva anche fatto sapere chiaramente di non voler assistenti più o meno autonomi sul proprio sito. Perplexity ha tirato avanti, e si è finiti davanti a un giudice. In primo grado Amazon aveva ottenuto un provvedimento d’urgenza, sul presupposto che fosse Perplexity, non l’utente, ad accedere senza permesso. In appello il collegio ha concluso il contrario: improbabile che Amazon possa dimostrare un accesso ai propri computer nel senso previsto dal CFAA, perché è stato l’utente ad accedere ad Amazon.com servendosi dell’Assistant come strumento. Niente provvedimento inibitorio preliminare, dunque.

Il punto solido e quello che la sentenza non affronta

L’aspetto convincente della decisione è uno: la responsabilità dell’utente. Da tempo circola una narrativa, spinta dalle grandi aziende dell’IA e ripetuta da analisti poco informati, che parla di responsabilità giuridica dell’IA e di necessità di nuove leggi, con l’effetto collaterale di deresponsabilizzare le persone rispetto a come usano una tecnologia qualsiasi. La Corte d’appello ha ricordato che la responsabilità appartiene agli esseri umani e non alle macchine. L’IA resta software, complesso quanto si vuole, progettato e usato da persone che ne portano le conseguenze.

Il resto convince meno. La decisione poggia sulla metafora dell’accesso, quell’idea del ciberspazio come luogo in cui si può entrare, ereditata dalla narrativa cyberpunk e finita dentro norme e strategie di public policy, anche militari. Da lì nascono equivoci a catena. Perché sì, ad accedere al sito è stato un utente, ma il modo in cui Comet è progettato e funziona lo ha deciso Perplexity, che di quello che consente di fare dovrebbe rispondere. È il principio della responsabilità da progettazione, e non è una novità: nel 2001 fu la stessa corte d’appello, nel caso A&M Records, Inc. v. Napster, ad affermare che l’assenza di sistemi per verificare il rispetto del copyright rendeva lo sviluppatore indirettamente responsabile di quanto avveniva tramite il software. Colpo mortale al padre del peer to peer.

Considerare Comet un oggetto separato dall’infrastruttura di Perplexity è un errore, come lo sarebbe pensare Safari scollegato da Private Relay o dal Tracking Prevention, oppure Chrome dall’ecosistema Google. Comet è l’unico browser che permette di usare le funzionalità IA di Perplexity: un’interfaccia, più che un software a sé stante. Anche partendo dalle premesse della sentenza, allora, non è soltanto l’utente a usare le risorse di Amazon. C’è poi un tema rimasto fuori, forse perché nessuno lo ha portato all’attenzione del giudice: non esiste un diritto a usare determinate funzionalità sulle risorse di terzi. Amazon era nel pieno diritto di chiedere che l’assistente fosse riconoscibile per poterlo bloccare. Con buona pace dell’elefantiaco regolamento europeo sull’IA, l’approccio pragmatico delle Corti americane ha già cominciato a separare le responsabilità degli utenti da quelle di chi produce software.

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