Una piccola molecola naturale potrebbe diventare un alleato inatteso nella lotta contro l’Alzheimer, riattivando le difese che il cervello mette in campo da solo ma che con il passare degli anni tendono a indebolirsi. È questa la direzione tracciata da uno studio pubblicato sulla rivista Cell Death & Disease, che parte da un punto di osservazione preciso: un gene chiamato PM20D1, già da qualche anno legato al rischio di sviluppare la malattia.
Il punto di partenza è interessante proprio perché ribalta un po’ la prospettiva. Alcune varianti genetiche associate a una minore attività di PM20D1 erano già state collegate a una maggiore probabilità di ammalarsi. Poi i ricercatori hanno capito che quel gene è coinvolto nella produzione di una molecola naturale presente nei mammiferi. Da qui la domanda che ha guidato tutto il lavoro: quella stessa sostanza, isolata e somministrata come trattamento, potrebbe dare una mano alle cellule immunitarie del cervello?
Cosa succede davvero nel cervello con l’Alzheimer
Uno dei segnali più chiari della malattia è l’accumulo di proteine beta-amiloide. Queste proteine formano depositi noti come placche amiloidi, che disturbano la comunicazione tra i neuroni e contribuiscono al declino cognitivo tipico dell’Alzheimer. Per tutta la vita, però, il cervello fa pulizia da solo. Lo fa grazie a cellule immunitarie locali, le microglia, che rimuovono parte di quelle proteine indesiderate.
Il problema arriva con l’età. Invecchiando, queste cellule perdono buona parte della loro capacità protettiva. E secondo i ricercatori proprio questo progressivo indebolimento della funzione microgliale potrebbe spiegare perché il rischio di Alzheimer cresce con gli anni. Non a caso molte ricerche provano a ripristinare le funzioni perse dalle microglia. Il punto è che, come accade per tanti processi cerebrali, nessuno sa ancora con certezza come riuscirci.
La molecola OLE e il tentativo di rinforzare le difese
Qui entra in scena la molecola OLE, sigla di N-oleoil-leucina, generata proprio dalla via biologica controllata da PM20D1. Secondo i risultati dello studio, questa sostanza può rinforzare alcune funzioni protettive delle microglia. “I nostri risultati mostrano che è possibile invertire il processo e identificano nuove vie terapeutiche e di ricerca per combattere la malattia”, ha detto José Vicente Sánchez Mut, autore principale dello studio e ricercatore dell’Università Miguel Hernández di Elche, in Spagna.
Il team ha testato l’effetto di OLE su modelli sperimentali diversi, vermi e topi compresi. Entrambi gli organismi sono stati modificati geneticamente per produrre beta-amiloide e sviluppare tratti simili a quelli della malattia. Ai topi il composto è stato somministrato per tre mesi, valutando poi le loro capacità cognitive. Il risultato? Le cellule immunitarie del cervello si dirigevano con maggiore frequenza verso i depositi di beta-amiloide, concentrandosi tutto intorno. Gli animali mostravano un accumulo minore di quelle proteine e andavano meglio nei test di memoria.
“L’analisi a singola cellula ci ha permesso di verificare che la microglia era la cellula che più rispondeva al trattamento. Da lì abbiamo visto che il composto aiutava queste cellule a muoversi verso le placche di beta-amiloide e a contenere meglio il danno associato alla malattia”, ha spiegato Victoria Pozzi Ruiz, coautrice dello studio.
Il lavoro, va detto, si è fermato a modelli animali e colture cellulari. Eppure la strada indicata è diversa da quella seguita da molte terapie sperimentali contro l’Alzheimer. Invece di attaccare direttamente le placche beta-amiloide con anticorpi o altre molecole, questa strategia punta a modulare le cellule immunitarie del cervello per potenziarne i meccanismi di difesa naturali.