Nella notte tra il 1° e il 2 settembre del 1859, il cielo si accese come un’alba improvvisa. Le aurore danzavano fin sopra i tropici, i telegrafi impazzirono, alcuni presero fuoco, altri continuarono a inviare messaggi anche senza corrente. Per qualche ora, il mondo si rese conto di quanto fosse piccolo davanti alla forza del Sole. Quell’episodio, passato alla storia come evento di Carrington, resta ancora oggi la più potente tempesta solare mai registrata.
A più di un secolo e mezzo di distanza, l’Agenzia spaziale europea ha deciso di rimettere in scena quel caos – per fortuna solo in simulazione. L’obiettivo? Capire se la nostra civiltà digitale, fatta di satelliti, GPS e connessioni ininterrotte, sarebbe in grado di sopravvivere a una catastrofe simile.
ESA testa l’apocalisse digitale: la Terra resisterebbe a una nuova tempesta solare?
Il test è stato tra i più complessi mai organizzati: per 72 ore, i team dell’Esa hanno dovuto gestire il satellite Sentinel-1D, in partenza per la sua missione reale il prossimo 4 novembre, come se una nuova tempesta solare “di classe Carrington” stesse travolgendo tutto. La simulazione è stata condotta in segreto: gli ingegneri non sapevano nulla, neanche che si trattasse di un’esercitazione.
Tutto è iniziato come un normale turno di controllo, poi un messaggio del dipartimento di meteorologia spaziale ha rotto la routine: “c’è qualcosa di insolito nel Sole”. Nel giro di pochi minuti, i segnali dalle antenne hanno cominciato a scomparire, le connessioni internet sono crollate e la sala di controllo è piombata nel silenzio. “La prima reazione è sempre la paura – racconta Ormston – ma è lì che entra in gioco l’addestramento. Devi pensare come in un pronto soccorso: cosa salvi nei prossimi cinque minuti, poi nella prossima ora.”
L’esperimento estremo contro un blackout globale
La simulazione è proseguita passo dopo passo come una vera tempesta: prima la raffica di raggi X, poi l’arrivo delle particelle cariche e infine l’onda d’urto finale, quella dell’espulsione di massa coronale. I sistemi di navigazione GPS e Galileo si sono “spenti”, le telecamere che orientano il satellite sono andate in tilt, e gli ingegneri hanno dovuto affidarsi a sensori di riserva, comunicando via telefono dopo il blackout totale della rete. A un certo punto, persino la sala di controllo è stata evacuata per un guasto elettrico simulato.
Alla fine, però, il satellite è sopravvissuto. “È stato come vivere dentro un film di fantascienza”, racconta ancora Ormston, “ma con la consapevolezza che potrebbe accadere davvero.”
Secondo gli esperti, la probabilità che una tempesta solare di quella potenza colpisca la Terra nei prossimi secoli è di una ogni cento, forse cinquecento anni. Bassa, ma non impossibile. Per questo l’Esa sta già lavorando a Vigil, una missione che osserverà il Sole da una posizione laterale dell’orbita terrestre, il punto L5, così da guadagnare preziosi giorni di preavviso. Perché comprendere i capricci della nostra stella non è solo scienza: è un modo per proteggere la fragile rete che tiene accesa la nostra vita elettronica.