Quando si parla di lock-in nel mondo della produttività da ufficio, quasi nessuno pensa a un contratto o a una licenza. Eppure è proprio questo il punto sollevato ancora una volta da The Document Foundation, la fondazione indipendente e senza scopo di lucro che sviluppa e promuove LibreOffice. Il vincolo più efficace di Microsoft Office, oggi Microsoft 365, non si nasconde in un abbonamento o in una funzione esclusiva. Sta dentro un normale documento, in un file che apriamo tutti i giorni senza farci troppo caso.
TDF è nata nel 2010 attorno alla comunità che lavora su LibreOffice e da allora porta avanti una battaglia precisa: software libero, standard aperti e formati che non dipendano dalle scelte di un singolo produttore. Da anni sostiene ODF, l’OpenDocument Format, come formato nativo per i documenti modificabili. Il nuovo intervento firmato da Italo Vignoli prosegue un ragionamento avviato tempo fa, spostando l’attenzione dal perché degli standard aperti al meccanismo che ne frena l’adozione.
Il problema dell’interoperabilità nasce dall’attrito, non da un blocco
File come DOCX, XLSX e PPTX circolano ogni giorno tra centinaia di milioni di persone e sono diventati una specie di lingua comune per l’ufficio. Uno standard di fatto, insomma, anche quando chi li usa non ha mai scelto davvero né il formato né il programma con cui riprodurli in modo fedele. La questione dell’interoperabilità però non si ferma alla compatibilità tra applicazioni. Tocca l’accessibilità, la continuità operativa, la conservazione degli archivi e la possibilità concreta di cambiare fornitore senza dover ricontrollare migliaia di documenti. Per decenni Word, Excel e PowerPoint hanno salvato tutto in formati binari come DOC, XLS e PPT, strutture complicate che i software concorrenti riuscivano a leggere solo con documentazione parziale e tanti tentativi. Con Office 2007 arrivò Office Open XML, cioè i pacchetti ZIP con file XML e risorse varie. Sembrava una svolta verso la trasparenza, ma in pratica la dipendenza dal software originario non sparì. Cambiò solo forma, spostandosi su un’architettura più moderna e decisamente più complessa.
Il termine lock-in descrive proprio questo: una dipendenza che rende costoso o scomodo abbandonare un prodotto. Nel caso dei documenti Office non serve impedire tecnicamente l’apertura altrove. Basta che il risultato sembri meno affidabile. Un elenco cambia rientro, un grafico perde una proprietà, una presentazione non rispetta più gli allineamenti preparati dal marketing. E l’utente dà la colpa al programma alternativo, perché il file appariva perfetto in Word. Se dieci persone lavorano sullo stesso documento e nove usano Microsoft 365, la decima finisce per adeguarsi anche controvoglia.
OOXML è uno standard, ma la resa identica non è garantita
Office Open XML ottenne prima la certificazione ECMA e poi quella ISO/IEC nel 2008, dopo un processo rapido e molto contestato. Diversi osservatori segnalarono irregolarità procedurali e tempi troppo stretti per esaminare una specifica enorme, migliaia di pagine distribuite in più parti. ISO e IEC confermarono comunque l’esito con la famiglia ISO/IEC 29500. ODF segue invece la famiglia ISO/IEC 26300, sviluppata pubblicamente dal comitato tecnico OASIS.
La certificazione da sola però non basta a garantire una resa uguale tra prodotti diversi. ISO/IEC 29500 distingue conformità Strict e Transitional. Microsoft ha usato a lungo il profilo Transitional come formato ordinario di DOCX, XLSX e PPTX, mentre il salvataggio Strict resta una scelta specifica e poco diffusa. Transitional serve a non perdere le caratteristiche di milioni di vecchi documenti, ma costringe le applicazioni indipendenti a gestire costrutti pensati per la compatibilità storica più le estensioni pubblicate a parte.
C’è poi un fattore spesso ignorato: i font. Un carattere stabilisce larghezze, altezze e spaziature che influenzano tutta l’impaginazione. Se un computer non ha il font del documento, ne sceglie uno sostitutivo, e anche una minima differenza sposta righe, note e tabelle. Office ha usato per anni Calibri come predefinito, adottando poi Aptos nelle versioni più recenti di Microsoft 365. Scegliere font aperti come Noto o Liberation aiuta a stabilizzare la resa tra sistemi diversi.
Con i fogli di calcolo il rischio cresce. In Excel il problema può toccare il significato stesso dei dati, perché formule, matrici dinamiche e tipi collegati possono degradarsi passando a un’altra applicazione. Le macro sono il caso più netto: i file XLSM e DOCM contengono codice VBA legato al modello a oggetti di Microsoft Office, e la compatibilità di LibreOffice resta parziale. Per Vignoli il peso della dipendenza cresce con il valore dei documenti. Un difetto di impaginazione è un fastidio per un singolo utente, ma in uno studio legale può creare difformità tra contratto depositato e copia conservata, in un ospedale può alterare un modulo clinico, in una Pubblica Amministrazione può far apparire lo stesso atto in modo diverso a seconda del programma usato per aprirlo.