Sta facendo parecchio rumore la decisione di Meta di implementare un programma che traccia le attività al computer dei propri dipendenti. Non si parla di un generico monitoraggio della produttività, ma di qualcosa di molto più specifico: l’azienda di Mark Zuckerberg sta registrando movimenti del mouse, clic e digitazioni sulle macchine di lavoro. Lo scopo dichiarato? Addestrare sistemi di intelligenza artificiale in grado di replicare le attività umane al PC. Una mossa che, comprensibilmente, non è stata accolta con entusiasmo da chi ogni giorno si siede davanti a quegli schermi.
In diversi uffici statunitensi dell’azienda sono già comparsi volantini e petizioni. I dipendenti di Meta denunciano quella che percepiscono come una nuova forma di sorveglianza, resa ancora più amara dal fatto che il programma coincide con un’ondata di nuovi licenziamenti. Il sospetto che serpeggia tra i lavoratori è piuttosto diretto: chi resta in azienda starebbe, di fatto, contribuendo ad addestrare le tecnologie che un giorno potrebbero prendere il suo posto. Un timore tutt’altro che infondato, considerando la direzione in cui si muove l’intero settore tecnologico.
La risposta di Meta e il malumore crescente
I vertici dell’azienda hanno provato a smorzare le tensioni sostenendo che il monitoraggio serve a migliorare i propri agenti AI, e che la privacy dei dipendenti resta tutelata. La linea ufficiale è che tutti i lavoratori di Meta possono contribuire a migliorare i modelli di intelligenza artificiale semplicemente svolgendo il loro lavoro quotidiano. Una frase che suona quasi come uno slogan motivazionale, ma che a quanto pare non ha convinto granché chi si ritrova sotto la lente.
Il punto dolente, stando alle proteste, è soprattutto l’assenza di una reale possibilità di opt-out. Chi lavora per Meta, in pratica, non può scegliere di non partecipare a questo programma di raccolta dati. E il clima interno, già provato dai tagli al personale, si fa sempre più teso. I volantini trovati in alcune sedi americane non lasciano molto spazio all’immaginazione: “Non vuoi lavorare nella Fabbrica di Estrazione Dati dei Dipendenti?” recitano, con un tono volutamente provocatorio. Manifesti di questo tipo sono stati avvistati nelle sale riunioni, attaccati ai distributori automatici e, con un tocco di ironia piuttosto eloquente, persino sopra ai dispenser della carta igienica.
Un precedente che pesa sull’intero settore
La vicenda di Meta che traccia le attività al computer dei propri lavoratori non resta confinata dentro le mura degli uffici di Menlo Park. Rappresenta un caso emblematico di come le grandi aziende tecnologiche stiano gestendo il rapporto tra forza lavoro umana e sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il fatto che i dipendenti vengano utilizzati, senza possibilità di rifiuto, come fonte di dati per addestrare modelli AI destinati a replicare le loro stesse mansioni crea un cortocircuito che va ben oltre la semplice questione della privacy sul luogo di lavoro.
