Che i libri da leggere siano una fonte di piacere, arricchimento culturale o semplice evasione lo sanno tutti. Quello che forse non tutti sanno è che, se scelti con cura e consapevolezza, possono diventare anche veri e propri strumenti terapeutici. Ed è esattamente questa l’intuizione alla base della biblioterapia, una disciplina nata negli Stati Uniti negli anni Trenta del Novecento, sviluppata nel secondo dopoguerra e oggi sempre più presente in scuole, biblioteche, carceri, ospedali e perfino contesti aziendali.
Nel Regno Unito, per esempio, il programma Reading Well Books on Prescription, ideato nel 2013 dalla charity The Reading Agency, viene oggi promosso anche dal sistema sanitario nazionale (NHS). Si tratta di un programma nazionale di “libri da leggere su prescrizione”, realizzato attraverso biblioteche pubbliche e librerie aderenti, pensato per aiutare le persone a comprendere e gestire la propria salute e il proprio benessere mentale attraverso letture di qualità certificata. I libri possono essere prescritti dai medici di base o da altri professionisti del settore sanitario e socio assistenziale, e servono a gestire in particolare ansia, stress e depressione.
I numeri parlano chiaro: il modello coinvolge circa il 90% delle biblioteche pubbliche inglesi e ha raggiunto milioni di persone. Il 92% degli utenti ha dichiarato che i libri sono stati utili, e l’81% che hanno contribuito a migliorare la comprensione dei propri bisogni di salute. L’iniziativa si è dimostrata particolarmente efficace nel supportare le persone durante i tempi di attesa per l’accesso a servizi specialistici. Anche nei Paesi scandinavi la lettura guidata viene integrata nei percorsi di riabilitazione psichiatrica, mentre negli Stati Uniti cresce l’uso della narrativa nei programmi di supporto alla salute mentale e all’empatia, con studi che mostrano come la lettura, soprattutto di fiction, sia in grado di attivare le stesse aree cerebrali coinvolte nell’esperienza reale.
La biblioterapia in Italia e cosa la distingue da un club del libro
In Italia il fenomeno è più recente ma in espansione. I primi percorsi strutturati sono nati nei primi anni Duemila e l’interesse cresce anche in ambito accademico. Come spiega Marco Dalla Valle, ex infermiere e oggi tra i principali esperti italiani, fondatore dell’Accademia di biblioterapia e docente del primo master dedicato all’Università di Verona, esistono due approcci: la biblioterapia clinica, usata da psicologi e psichiatri per lavorare su disturbi specifici, e quella di sviluppo, rivolta a persone sane che vogliono potenziare le proprie risorse interiori.
Ma cosa distingue davvero la biblioterapia da un classico club del libro? Nei gruppi di lettura si discute il testo, si interpreta, si analizza. Nella biblioterapia il libro è solo un mezzo: il vero obiettivo è il benessere della persona. Si lavora sulle emozioni, sulle risonanze, sulle domande che emergono. Non conta cosa “significa” il libro, ma cosa smuove dentro chi legge.
Non esistono, di conseguenza, libri universalmente giusti. Il modello britannico è molto orientato all’autoaiuto, ma secondo Dalla Valle è una visione parziale. La scelta dei testi avviene in base alle persone e agli obiettivi: in una RSA si propongono letture accessibili agli anziani, in carcere libri comprensibili anche con livelli di scolarità bassi, in azienda si possono usare anche i classici. Il punto non è il libro in sé, ma l’incontro tra quel libro e quella persona, in quel preciso momento. E non riguarda solo i romanzi: poesia, graphic novel, racconti brevi, perfino audiolibri possono diventare strumenti di accesso, coinvolgendo anche chi ha difficoltà di lettura come le persone con dislessia.
Classici da riscoprire ed effetti positivi della lettura
A fare la differenza, poi, non è tanto il titolo del libro scelto o il genere, quanto il modo in cui i testi vengono proposti. I classici non vanno letti in modo scolastico, ma avvicinati con occhi nuovi. Jane Austen, ad esempio, era ironica e tagliente, tutt’altro che la scrittrice “educata” che molti immaginano: scriveva anche per conquistare la propria indipendenza economica. Manzoni, da ragazzo, si ribellò alle convenzioni tagliandosi il codino nobiliare in collegio e soffriva di attacchi di panico, una condizione che molti giovani oggi conoscono bene. Quando si scoprono questi aspetti, gli autori diventano vicini, quasi contemporanei, e si crea una relazione, una sorta di amicizia tra lettore e autore, e anche tra i partecipanti del gruppo. Ed è questo che rende la biblioterapia così potente.
Gli effetti positivi, del resto, sono sempre più studiati. Una ricerca dell’Università del Sussex ha mostrato che leggere per pochi minuti può ridurre i livelli di stress fino al 68%, più di molte altre attività considerate rilassanti. Altri studi evidenziano un aumento delle capacità empatiche e di comprensione degli stati emotivi altrui. Secondo Dalla Valle, la biblioterapia è una disciplina destinata a crescere anche fuori dai contesti clinici: sempre più psicologi vogliono lavorare non solo sul disagio, ma anche sulla prevenzione e sul benessere, e la biblioterapia va esattamente in questa direzione, perché il potere dei libri da leggere c’è sempre stato, ma la differenza è che oggi si inizia a capirlo meglio e a usarlo in maniera più efficace e consapevole.
