La storica sonda Voyager 1, l’oggetto costruito dall’uomo più lontano dalla Terra, ha dovuto rinunciare a un altro pezzo della sua dotazione scientifica. Il 17 aprile il team della missione ha inviato il comando per spegnere uno strumento a bordo del veicolo spaziale, ormai ben oltre i confini del Sistema Solare. Una decisione sofferta, presa dagli ingegneri della NASA per garantire che la navicella possa continuare a funzionare il più a lungo possibile nonostante le riserve energetiche sempre più ridotte.
Una questione di sopravvivenza energetica nello spazio profondo
Voyager 1 è alimentata da un generatore termoelettrico a radioisotopi, una tecnologia che converte il calore prodotto dal decadimento del plutonio in elettricità. Il problema è che questo processo perde efficienza con il passare degli anni, e la sonda è in viaggio dal 1977. L’energia disponibile diminuisce in modo costante, e ogni anno che passa costringe il team a fare scelte sempre più difficili su quali strumenti mantenere accesi e quali sacrificare.
Spegnere un sensore scientifico non è mai una decisione che si prende a cuor leggero. Ogni strumento a bordo di Voyager 1 raccoglie dati dallo spazio interstellare, un ambiente che nessun altro veicolo costruito dall’uomo ha mai esplorato in modo diretto. Perdere uno di questi occhi sul cosmo significa rinunciare a informazioni che, letteralmente, non possono arrivare da nessun’altra parte. Eppure l’alternativa sarebbe peggiore: senza un’attenta gestione dell’energia rimasta, la sonda rischierebbe di spegnersi del tutto, e a quel punto non ci sarebbe più nulla da salvare.
Voyager 1 continua il suo viaggio oltre il Sistema Solare
Il fatto che Voyager 1 sia ancora operativa è, di per sé, qualcosa di straordinario. La missione originale prevedeva un viaggio attraverso i pianeti esterni del Sistema Solare, con una durata stimata di pochi anni. Invece la sonda ha superato ogni aspettativa, attraversando nel 2012 l’eliopausa e diventando il primo oggetto umano a entrare nello spazio interstellare. Oggi si trova a oltre 24 miliardi di chilometri dalla Terra, una distanza talmente vasta che un segnale radio, viaggiando alla velocità della luce, impiega più di 22 ore per raggiungerla.
Il comando inviato il 17 aprile rappresenta l’ennesimo capitolo di una strategia che la NASA porta avanti da anni: ridurre progressivamente i consumi di bordo per allungare la vita della missione. Già in passato erano stati disattivati altri strumenti e sistemi di riscaldamento, sempre con l’obiettivo di spremere ogni singolo watt disponibile. Gli ingegneri sanno bene che ogni intervento di questo tipo avvicina il momento in cui Voyager 1 non avrà più abbastanza potenza per comunicare con la Terra, ma nel frattempo ogni giorno in più di operatività significa nuovi dati dallo spazio profondo.
La sonda gemella, Voyager 2, si trova in una situazione analoga, anche se leggermente meno critica dal punto di vista energetico. Entrambe le sonde continuano a trasmettere informazioni preziose sulla composizione e le caratteristiche dello spazio interstellare, dati che nessun telescopio e nessun altro strumento può fornire dalla distanza della Terra. La decisione di spegnere uno strumento su Voyager 1 non segna la fine della missione, ma conferma quanto sia delicato il bilanciamento tra scienza e sopravvivenza a quasi mezzo secolo dal lancio.
