Che gli studenti cerchino modi creativi per copiare non è certo una novità. Ma il fenomeno degli smart glasses usati durante gli esami universitari in Cina ha raggiunto dimensioni che vanno ben oltre il classico bigliettino nascosto nella manica. Nel 2025 le spedizioni di questi dispositivi nel paese hanno toccato quota 2,5 milioni di unità, pari al 16,7% della produzione globale, e questo ha scatenato un dibattito enorme che coinvolge università, istituzioni e mercato tech.
Il punto è questo: mentre le autorità educative si sono affrettate a vietare gli occhiali intelligenti durante le prove scritte, dall’altra parte è esploso un mercato parallelo degli affitti che corre velocissimo su piattaforme come Xianyu. In pratica, gli studenti possono noleggiare smart glasses di brand come Rokid e Quark pagando tra i 5 e i 10 euro al giorno, una cifra abbordabile che ha reso il fenomeno accessibile a chiunque. Imprenditori come Ke Changsi, operativo a Shenzhen, hanno servito oltre mille studenti in pochi mesi. E non finisce qui: molti studenti che noleggiano i dispositivi li subaffittano poi ad altri compagni, creando una specie di rete informale che aggira sistematicamente i divieti imposti dagli atenei.
Quando la tecnologia fa scalare le classifiche scolastiche
La cosa ancora più sorprendente arriva dal mondo accademico stesso. Presso la Hong Kong University of Science and Technology sono stati condotti studi sull’integrazione degli smart glasses con assistenti basati su ChatGPT, e i risultati parlano chiaro: un partecipante è riuscito a classificarsi tra i primi cinque su oltre cento studenti, proprio grazie a questi strumenti. L’assistente Zili Meng ha sottolineato quanto sia diventato sottile il confine tra progresso tecnologico e frode accademica, evidenziando la necessità di sviluppare architetture condivise che bilancino innovazione e prevenzione degli abusi.
A complicare tutto c’è poi una contraddizione normativa piuttosto evidente. Da un lato le istituzioni scolastiche vietano con fermezza l’uso degli smart glasses durante gli esami. Dall’altro, il governo centrale cinese continua a incentivare l’acquisto di questi dispositivi tramite sussidi che coprono fino al 15% del costo, per un massimo di circa 63 euro. Questa doppia velocità ha favorito la diffusione di modelli sempre più sofisticati, dotati di funzioni come traduzione simultanea e riproduzione multimediale, spesso sviluppate dai colossi tech nazionali.
Va detto che non è tutto oro quel che luccica. Peso eccessivo, problemi di batteria e surriscaldamento limitano l’efficacia di parecchi modelli. Liu Zhigang, studente della provincia di Zhejiang, ha raccontato che le prestazioni degli smart glasses non sempre superano quelle di un normale smartphone. Eppure l’attrattiva resta forte: Vivian, studentessa dell’Hebei, ha ammesso di usarli senza esitazione ogni volta che teme di non superare una materia, e di subaffittarli ad altri compagni.
Il problema della privacy e dell’invisibilità dei dispositivi
Il nodo forse più delicato riguarda la privacy e la difficoltà concreta di individuare questi dispositivi. L’aspetto estetico li rende praticamente indistinguibili da normali occhiali da vista, e questo rende inefficaci molti tentativi di controllo. Sul mercato si trovano persino accessori progettati per mascherare gli indicatori di registrazione, il che aumenta i rischi per la riservatezza sia degli studenti sia dei docenti.
La comunità accademica chiede investimenti in tecnologie di rilevamento e software di scansione degli ambienti d’esame, oltre all’aggiornamento delle normative per includere le nuove minacce poste dagli smart glasses. Il problema, però, è che la rapidità con cui i produttori introducono funzionalità avanzate rende ogni tentativo di regolamentazione rapidamente obsoleto. Il risultato è una tensione irrisolta tra innovazione tecnologica, logiche di mercato e principi di equità educativa, con conseguenze che si riflettono sulla credibilità stessa delle istituzioni formative.
