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Artemis: la base lunare nasconde un problema che nessuno vuole affrontare

Dalla missione Artemis II alla base lunare: tra estrazione di risorse, regolite e vuoti normativi, il ritorno sulla Luna solleva questioni legali ancora irrisolte.

scritto da Manuel De Pandis 03/04/2026 0 commenti 3 Minuti lettura
Artemis
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Il programma Artemis della NASA è tornato prepotentemente al centro della scena con il lancio della missione Artemis II, che porterà quattro astronauti attorno alla Luna a bordo della capsula Orion prima di rientrare sulla Terra nell’arco di dieci giorni. Non si tratta ancora di un allunaggio vero e proprio, ma di un test fondamentale per i sistemi e l’hardware che dovrebbero permettere agli americani di mettere piede sulla superficie lunare con la missione Artemis IV, prevista per il 2028. L’obiettivo dei prossimi cinque anni è ambizioso: non solo tornare sulla Luna dopo oltre mezzo secolo, ma stabilirvi una presenza umana prolungata. Costruire, insomma, una vera e propria base lunare dove gli astronauti possano vivere per settimane o addirittura mesi.

Ed è proprio qui che le cose si complicano. Perché restare a lungo sulla Luna significa non poter portare tutto il necessario dalla Terra. La strategia della NASA si basa su un concetto chiamato utilizzo delle risorse in situ: trovare e sfruttare ciò che la Luna offre, a partire dal ghiaccio presente sulla superficie da sciogliere per ottenere acqua. Sembra semplice detto così, ma l’ambiente lunare è brutale. Radiazioni spaziali pericolose, una polvere chiamata regolite tagliente come vetro che distrugge le attrezzature, e una gravità completamente diversa da quella terrestre. La NASA ha sottolineato più volte l’importanza di identificare ed estrarre risorse lunari come acqua per il carburante, elio 3 per l’energia e terre rare come lo scandio usato nell’elettronica. Quanto queste risorse siano effettivamente abbondanti, però, non lo sa ancora nessuno con certezza. L’agenzia stessa ha definito questi sforzi una “corsa all’oro lunare”. Ed è qui che nasce il problema più spinoso del programma Artemis, un problema che nessuna tecnologia può risolvere: secondo diversi esperti, estrarre risorse dalla Luna potrebbe violare il diritto internazionale.

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Il Trattato sullo Spazio e la scappatoia degli Artemis Accords

La normativa internazionale sullo spazio non è vastissima, ma su un punto è cristallina: nessuno possiede la Luna. Il Trattato sullo Spazio Extra Atmosferico, firmato quasi sessant’anni fa e ancora oggi pilastro del diritto spaziale, stabilisce il principio di non appropriazione: nessuna nazione può rivendicare la sovranità su un corpo celeste. Ma quando si parla di estrarre risorse, il terreno diventa scivoloso.

“Gli Stati Uniti considerano che l’estrazione di risorse non equivalga ad appropriazione”, spiega Cassandra Steer, esperta di diritto spaziale e fondatrice dell’Australasian Centre for Space Governance. Molti giuristi internazionali, Steer compresa, ritengono però che si tratti di un’interpretazione scorretta del trattato. “Si sta cercando di creare una scappatoia”, ha dichiarato. Del resto, se una nazione iniziasse a scavare risorse da un territorio che non le appartiene sulla Terra, le conseguenze legali sarebbero immediate.

La mossa strategica degli Stati Uniti è stata integrare i cosiddetti Artemis Accords nel programma Artemis stesso. Non si tratta di un trattato internazionale, ma di un accordo firmato da oltre 60 nazioni che stabilisce principi generali sull’esplorazione spaziale. Molti di questi principi sono ragionevoli: condivisione dei dati scientifici, procedure di sicurezza, uso pacifico dello spazio. Ma il documento include anche sezioni che autorizzano esplicitamente l’estrazione e l’uso di risorse spaziali, sostenendo che ciò non confligga con il principio di non appropriazione. Permette inoltre di creare “zone di sicurezza” attorno alle aree di attività lunare dove altre nazioni non possono interferire.

Non è esattamente dire “chi arriva prima possiede quel pezzo di Luna”, ma nella pratica chi avvia attività di ricerca o estrazione in una regione lunare ottiene accesso prioritario a quelle risorse. Come ha osservato la giornalista e autrice Rebecca Boyle, “un avvocato creativo potrebbe usare la regola delle zone di sicurezza per rivendicare di fatto ciò che si trova in un determinato punto”.

Geopolitica lunare: la sfida con la Cina

Il vero convitato di pietra in tutta questa partita legale è la Cina, che non ha firmato gli Artemis Accords e sta procedendo spedita con il proprio programma lunare, potenzialmente in grado di portare astronauti sulla Luna persino prima degli americani. Pechino e Washington non hanno praticamente alcun rapporto nelle attività spaziali, ma la Cina sta costruendo le proprie cooperazioni internazionali, incluso un accordo con la Russia per una base lunare chiamata International Lunar Research Station. Gli Stati Uniti stanno spingendo aggressivamente il programma Artemis proprio per battere i rivali sul tempo.

“La domanda da migliaia di miliardi è: perché andare sulla Luna? Ed è, a mio avviso, puramente geopolitico”, ha affermato Steer. In gioco non c’è solo il prestigio, ma il controllo delle orbite cislunari, delle posizioni strategiche sulla Luna e dei materiali necessari per la sua ulteriore esplorazione. La NASA, d’altra parte, è stata notevolmente circolare nelle sue giustificazioni: servono astronauti sulla Luna per assicurarsi l’accesso al ghiaccio, perché serve acqua per sostenere l’esplorazione umana. Esistono potenziali giustificazioni scientifiche, dallo studio della formazione del Sistema Solare all’uso della Luna come base per costruire telescopi potenti, ma queste non sono state ben articolate né ampiamente promosse dall’agenzia.

“Lo spazio è semplicemente un altro dominio in cui la geopolitica si sta manifestando”, ha concluso Steer. “Non è diverso dalla corsa all’intelligenza artificiale, non è diverso dalla competizione per il petrolio o per l’acqua. È un altro ambito in cui gli Stati Uniti cercano di restare la singola potenza dominante, scoprendo che in realtà non possono farcela.”

artemisdirittolunanasarisorse
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Manuel De Pandis

Filmmaker, giornalista tech.

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