Per cinquant’anni abbiamo trattato la Luna come un vecchio libro già letto, un paesaggio immobile senza più nulla da dire. E invece no. Le missioni robotiche e gli strumenti in orbita hanno ribaltato questa convinzione, dimostrando che il corpo celeste più studiato del Sistema solare è ancora pieno di domande fondamentali. Ora che la Nasa si prepara a tornare con il programma Artemis, alcune di quelle domande potrebbero finalmente trovare una risposta. Artemis II è appena partita dal Kennedy Space Center in Florida e si limiterà a orbitare attorno al satellite, ma sarà Artemis IV a riportare gli astronauti sulla superficie lunare per la prima volta dai tempi delle missioni Apollo. L’obiettivo dichiarato è costruire le basi per una presenza umana stabile, in grado di generare un flusso continuo di dati e campioni. E proprio quei campioni, analizzati con tecnologie moderne, potrebbero aiutare a sciogliere enigmi vecchi di decenni. Non tutto arriverà subito, certo, ma nell’arco dei prossimi 10 o 20 anni potremmo davvero trovarci davanti a scoperte decisive.
Come si è formata la Luna e dove si nasconde la sua acqua
La teoria più accreditata sull’origine della Luna racconta di una collisione titanica avvenuta circa 4,5 miliardi di anni fa tra la proto Terra e un pianeta grande quanto Marte. Il materiale espulso da quell’impatto si sarebbe aggregato e solidificato fino a dare forma al satellite che conosciamo. Il punto è che questa ipotesi poggia ancora su simulazioni e su un numero davvero limitato di campioni riportati dalle missioni Apollo più di 50 anni fa. Poter analizzare nuove rocce incontaminate con le tecniche di oggi cambierebbe parecchio. Per farlo, però, servirà raggiungere materiali nascosti nelle profondità lunari, frammenti del mantello portati in superficie da crateri e zone d’impatto, e ricostruire la cronologia dell’antico oceano di magma. La parte complicata sarà arrivarci, al resto penserà la scienza.
Poi c’è la questione dell’acqua sulla Luna. Mezzo secolo fa si dava per scontato che il satellite fosse completamente secco. Oggi sappiamo che i crateri al polo sud, quelli perennemente in ombra, contengono ghiaccio. E che una parte dell’acqua è intrappolata nei minerali sulla superficie, in forma cristallina. La vera domanda è quanta ce ne sia, e se possa essere sfruttata per le future basi lunari. Una delle prime attività di Artemis sarà proprio l’esplorazione di quei crateri. Se il ghiaccio verrà trovato, bisognerà capire se è mescolato alla regolite, se forma strati compatti o se esistono depositi più puri. Nello scenario migliore si tratterebbe di una risorsa abbondante, utile per produrre ossigeno o carburante. In quello peggiore, sarebbe talmente disperso da rendere l’estrazione impraticabile.
L’interno della Luna, l’asimmetria delle due facce e il mistero del campo magnetico
La struttura interna della Luna resta uno dei grandi punti ciechi della ricerca. I sismometri delle missioni Apollo rilevarono i cosiddetti “lunamoti”, sia profondi che superficiali, ma quei dati vengono da un’unica regione e sono troppo pochi. I modelli gravitazionali e termici attuali offrono solo un quadro parziale. Una presenza umana stabile permetterebbe di installare sismometri in aree mai studiate e di ampliare la copertura su scala globale. Non sarebbe ancora un’immagine perfetta, ma la più completa mai ottenuta.
E poi c’è un enigma che resiste da oltre mezzo secolo: perché la faccia nascosta della Luna è così irregolare e craterizzata, mentre quella visibile è più liscia e ricca di mari basaltici? I modelli chiamano in causa differenze nel calore iniziale, variazioni nella cristallizzazione del magma e persino gli effetti gravitazionali della Terra. Nessuna teoria, però, ha offerto una spiegazione davvero esauriente. Il ritorno sulla Luna apre la strada alle prime spedizioni umane sulla faccia nascosta. Raccogliere campioni da quella zona, datarli e ricostruirne la composizione potrebbe essere il pezzo mancante del puzzle.
Ultimo mistero, ma non per importanza: il campo magnetico lunare. Le rocce riportate dalle missioni Apollo risultano magnetizzate, eppure la Luna sembra troppo piccola e fredda per aver sostenuto a lungo un campo magnetico intenso. Campioni freschi prelevati da regioni diverse, uniti a misurazioni più precise e a una migliore conoscenza dell’interno del satellite, permetteranno di ricostruire tempi e intensità di quel campo. Con rocce datate correttamente e dati più solidi, questo potrebbe essere uno dei misteri più vicini a una soluzione.
