Trovare l’acqua sulla Luna non è solo una bella sfida scientifica: è una delle chiavi per poter davvero pensare, un giorno, di restare lassù. Non per poche ore, ma per settimane, mesi, magari anche di più. Ecco perché la missione del piccolo satellite Lunar Trailblazer sembrava così promettente. L’obiettivo? Tracciare la mappa più dettagliata mai realizzata della presenza d’acqua sul nostro satellite. Capire dove si trova, in che forma, e come cambia nel tempo. Un progetto ambizioso, certo, ma anche una tappa fondamentale per l’esplorazione spaziale del futuro.
Il satellite NASA Lunar Trailblazer perde contatto, ma la caccia all’acqua lunare continua
Purtroppo, però, le cose non sono andate come sperato. Dopo un lancio perfetto il 26 febbraio 2025, a bordo di un razzo Falcon 9 di SpaceX, tutto sembrava procedere nel migliore dei modi. Il satellite si era separato regolarmente dal razzo e aveva anche inviato i primi segnali. Il team della missione, al Caltech, aveva tirato un sospiro di sollievo. Ma bastano poche ore, nello spazio, perché le cose si complichino.
Il giorno dopo, il silenzio. Nessun segnale, nessuna risposta. E quando un satellite non parla più, non è solo questione di “pazienza”. Senza comunicazione, è impossibile capire cosa stia succedendo, figuriamoci provare a correggere la rotta. Le poche informazioni ricevute prima del blackout lasciavano intuire un problema serio: i pannelli solari non erano orientati verso il Sole. Niente luce, niente energia. E così, le batterie si sono scaricate. Il piccolo esploratore è rimasto muto.
Da lì, è iniziata una vera caccia globale. Antenne da tutto il mondo si sono unite nel tentativo di captare anche solo un flebile segnale. Ma Lunar Trailblazer stava già fluttuando nello spazio profondo, girando lentamente su se stesso. Qualcuno sperava in un colpo di fortuna: che i pannelli solari tornassero per caso a ricevere luce, che le batterie si ricaricassero, che il satellite si “risvegliasse”. Ma quel segnale non è mai arrivato. Il 31 luglio, la missione è stata dichiarata ufficialmente conclusa.
Eppure, non è tutto tempo perso. Lunar Trailblazer faceva parte di un programma pensato proprio per correre rischi calcolati: SIMPLEx, che punta su missioni a basso costo ma con grandi potenzialità. Come ha detto Nicky Fox della NASA, queste missioni servono a spingerci oltre, anche se a volte non vanno come previsto.
La tecnologia del satellite, poi, non andrà persa. Gli strumenti di bordo — uno spettrometro del JPL e un sensore termico sviluppato da Oxford — erano di altissimo livello, e la loro eredità vivrà in altre missioni. Uno di questi strumenti, lo spettrometro HVM3, verrà usato di nuovo su una futura missione lunare. In altre parole, la caccia all’acqua lunare non si è fermata: ha solo preso una piccola deviazione.
