Quand’è stata l’ultima volta che una tastiera vi ha fatto venire voglia di smontarla e ricostruirla come un Lego? A me non era mai successo, o almeno non con questa intensità. E poi è arrivata questa qui sulla scrivania, con il suo schermino rimovibile che sembra un televisore degli anni ‘70, il numpad che si stacca e si riattacca dove preferisci, e un’estetica retrò che mi ha fatto pensare subito al Commodore 64 che mio padre teneva in cantina. Solo che dentro c’è roba del 2026, e si sente eccome.
La Epomaker RT98 è una di quelle tastiere che dividono: o la ami per il suo approccio modulare e un po’ folle alla questione layout, o la trovi eccessiva e preferisci qualcosa di più tradizionale. Io, dopo quasi tre settimane di utilizzo quotidiano tra articoli, sessioni di coding, qualche partita serale e un discreto numero di email a colleghi che rispondono sempre troppo tardi, mi trovo decisamente nel primo campo. Ma sarebbe disonesto presentarla come un prodotto perfetto, e il bello sta proprio lì: nel modo in cui mescola ambizione e compromessi, idee brillanti e qualche ingenuità da campagna crowdfunding.
Il prezzo di lancio su Kickstarter parte da 89 dollari, mentre il listino si assesta intorno ai 119 dollari, una cifra che la piazza in un territorio già piuttosto affollato di proposte valide. La domanda vera, quella che mi sono posto fin dal primo giorno, è semplice: il design modulare è un vero vantaggio nella vita quotidiana o solo una trovata per fare scena nelle campagne di crowdfunding? Spoiler: la risposta non è così scontata come pensavo, e ci ho messo parecchi giorni per arrivarci.
L’unboxing, ovvero quando la scatola conta
La confezione è arrivata in una mattina di pioggia, il corriere un po’ infastidito dal peso. Perché sì, questo aggeggio pesa parecchio, almeno per gli standard della categoria. La scatola esterna è di cartone robusto con un’illustrazione retrò stampata sopra, tonalità pastello che richiamano le macchine da scrivere d’epoca, e dentro c’è un’altra scatola più rigida che protegge tutto con inserti sagomati.
Apri e trovi la tastiera avvolta in tessuto non tessuto, il mini display separato nel suo alloggiamento di cartone, con tanto di pellicola protettiva che ho dimenticato di togliere per due giorni, classico, il cavo USB-C intrecciato che fa il suo lavoro egregiamente, il ricevitore 2.4G, un keycap puller, uno switch puller e un manualetto multilingua che farete finta di leggere. Manca un poggiapolsi, e considerando la struttura rialzata della tastiera avrebbe fatto comodo trovarne uno in dotazione. Ma a questo prezzo non è che si possa pretendere il mondo, e onestamente preferisco che il budget vada nella tastiera piuttosto che in accessori di contorno.
La prima impressione tirando fuori tutto dal packaging è stata di sorpresa positiva. Più solida di quanto mi aspettassi. La costruzione restituisce un feedback di qualità che, su un prodotto nato da campagna Kickstarter, sinceramente non davo per scontato. Nessun scricchiolio, nessuna flessione evidente nella scocca. Dafne, la mia pastore svizzero bianca, ha annusato la scatola con sospetto come fa con qualsiasi pacco nuovo, e questo è l’unico quality check che conta davvero in casa mia.
Design e costruzione
Ok, parliamo dell’elefante nella stanza. Il design. Questa tastiera sembra uscita da un film di Wes Anderson ambientato in un ufficio informatico degli anni ‘80. E lo dico come complimento, anche se capisco perfettamente chi potrebbe trovarlo divisivo. I bordi arrotondati, il profilo leggermente rialzato con una curvatura morbida sui lati, le tonalità pastello dei keycap PBT: tutto racconta una storia di retro-futurismo consapevole, come se qualcuno avesse chiesto: e se le tastiere degli anni Ottanta fossero state progettate con la tecnologia di oggi?
La scocca è in ABS, e qui è giusto essere chiari. Non ci sono inserti in alluminio, né una costruzione ibrida metallo-plastica come avevo ipotizzato in un primo momento guardandola e usandola sulla scrivania. La sensazione di solidità, però, resta. È una tastiera ben assemblata, rigida il giusto e convincente nell’uso quotidiano, anche senza giocarsi la carta dei materiali premium sulla scheda tecnica.
Il peso si sente, e non poco. Le specifiche ufficiali lo riportano, anche se quando ho iniziato a provarla non era il dato più immediato da recuperare. Nella pratica, comunque, siamo davanti a una tastiera che trasmette presenza. Non è un prodotto pensato per essere infilato nello zaino ogni giorno con leggerezza. Senza numpad il corpo principale diventa più maneggevole, ed è un altro piccolo punto a favore della modularità. Ma resta una tastiera da scrivania, non da mobilità spinta.
E arriviamo al pezzo forte: la modularità. Il numpad si stacca dalla parte destra e può essere riposizionato a sinistra. L’idea è geniale per chi usa molto il mouse con la destra: spostando il numpad a sinistra guadagni centimetri preziosi sulla scrivania e la postura delle spalle ne beneficia visibilmente, perché non devi più allargare il braccio destro per raggiungere il mouse. Ci ho messo un paio di giorni ad abituarmi alla nuova disposizione, ma dopo non sono più tornato indietro. E qui viene il bello: quando il numpad è completamente staccato, il corpo principale diventa di fatto un 75% con frecce e tasti funzione completi, che è esattamente il layout che preferisco per le sessioni di scrittura concentrate.
Un chiarimento importante, però, va fatto. Il numpad è riposizionabile, ma non tramite aggancio magnetico. I magneti sono presenti tra il mini display rimovibile e la tastiera, non tra i moduli della tastiera stessa. Questo non cambia il risultato pratico, cioè la possibilità di spostare il tastierino numerico e adattare la configurazione alla scrivania, ma è giusto descriverne correttamente il funzionamento.
I piedini regolabili su due livelli funzionano come devono: sono gommati, tengono la tastiera ferma anche quando digito con un certo entusiasmo da deadline incombente, e non lasciano segni sulla scrivania. L’angolazione più alta è forse eccessiva per chi non usa un poggiapolsi, ma quella intermedia risulta perfetta per le mie abitudini.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
| Layout | 98% (101 tasti + display modulare) |
| Tasti totali | 101 tasti + 1 display |
| Design numpad | Modulare, staccabile e riposizionabile |
| Montaggio | Gasket mount con sistema acustico multistrato |
| Connettività | Bluetooth 5.1 (3 dispositivi), 2.4 GHz, USB-C cablato |
| Switch | Epomaker proprietari, meccanici lineari, hot-swappable 5-pin |
| Keycap | PBT dye-sublimated, Cherry profile |
| Materiale scocca | ABS |
| Display | 1,14 pollici, rimovibile |
| Batteria | 8.000 mAh |
| Retroilluminazione | RGB south-facing |
| Anti-ghosting | N-Key Rollover completo |
| Polling rate | 1.000 Hz in modalità cablata |
| Software | VIA + Epomaker online driver |
| Compatibilità | Windows, macOS, Linux, Android, iOS |
| Prezzo di listino | 119 USD |
Sotto il cofano
Il gasket mount è ormai quasi uno standard nelle meccaniche di fascia media e alta, ma qui Epomaker ha fatto un lavoro di fino che merita attenzione. Il sistema acustico multistrato prevede diversi fogli di materiale fonoassorbente tra piastra e PCB, che smorzano le vibrazioni e regalano quel suono profondo, il famoso thock, che gli appassionati di tastiere inseguono come il Sacro Graal. Devo ammettere che il risultato è notevole per la fascia di prezzo: i colpi sono morbidi, ammortizzati, senza quel suono metallico e vuoto che affligge tante tastiere al di sotto dei 150 euro. Non siamo al livello di una custom assemblata a mano con mod dedicate, chiaro, ma ci si avvicina più di quanto mi aspettassi.
Gli switch proprietari Epomaker inclusi nella versione che ho testato sono lineari, abbastanza leggeri nella pressione, con un feeling immediato e gradevole nella pratica quotidiana. Niente di rivoluzionario, ma solidi. Il bello vero è che il PCB hot-swappable a 5 pin ti permette di cambiarli senza saldatore: bastano dieci minuti, uno switch puller e una manciata di switch nuovi per trasformare completamente il carattere della tastiera. L’ho fatto e ne parlo più avanti.
I LED south-facing sono south-facing, il che è una buona notizia per chi usa keycap Cherry profile: nessuna interferenza con gli steli degli switch, che è un problema fastidioso su molte tastiere con LED north-facing. L’illuminazione RGB è vivace senza risultare pacchiana, con diversi preset selezionabili da shortcut o configurabili via VIA. Onestamente non sono un fan dell’arcobaleno permanente sulla scrivania, mi distrae mentre scrivo, ma la possibilità di impostare un bianco caldo fisso a luminosità media e dimenticarsene è esattamente quello che cercavo.
I keycap PBT dye-sublimated meritano una parentesi. La texture è opaca, leggermente granulosa sotto le dita, con quella sensazione che in inglese chiamano gritty e che è difficile da rendere in italiano senza suonare pretenziosi. Dopo tre settimane non mostrano il minimo segno di lucidatura, il che è notevole. Rispetto ai classici ABS che iniziano a brillare come specchietti dopo un mese di uso intenso, qui la differenza è concreta e visibile. Le legende sono nitide, con un’ottima definizione dei caratteri, e il profilo Cherry è ben riuscito. Sul piano puramente soggettivo, la resa sotto le dita ha un carattere tutto suo e restituisce una presenza un po’ diversa da certe altre Cherry profile più canoniche, ma senza uscire dal perimetro dichiarato dal produttore.
Il software: VIA e il mini display
La scelta di supportare VIA è probabilmente la decisione più intelligente che Epomaker potesse prendere per questa tastiera. Niente software proprietario da installare per la gestione dei tasti, niente driver dubbiosi scaricati da siti con certificati scaduti, nessun account obbligatorio con password da ricordare. Apri il browser, vai su VIA, colleghi la tastiera via USB-C e sei operativo in trenta secondi. Rimappatura tasti, macro, layer personalizzati fino a quattro livelli, gestione retroilluminazione: tutto funziona ed è ben documentato dalla community, che con VIA è enorme e attivissima.
Ho configurato il Layer 1 come layout standard per la scrittura, il Layer 2 con shortcut dedicate per Photoshop e il Layer 3 con macro per WordPress. Il passaggio tra layer è istantaneo e, una volta memorizzate le combinazioni, diventa seconda natura. Non ho mai sentito il bisogno di più di tre layer, ma averne quattro a disposizione è una sicurezza in più.
E poi c’è lui, il mini display da 1,14 pollici. Quando l’ho visto nelle foto promozionali pensavo fosse un gadget inutile, una di quelle feature aggiunte per fare scena nella campagna crowdfunding e che poi nessuno usa dopo la prima settimana. E invece ci ho fatto pace, anzi ci ho preso gusto. Si aggancia magneticamente nell’angolo superiore destro della tastiera e mostra ora, data, livello batteria, e volendo puoi caricare GIF animate e animazioni personalizzate.
Ma parliamone con onestà. La personalizzazione del display richiede l’uso dell’Epomaker online driver. Ed è qui che nasce l’unica vera frizione: la tastiera, di fatto, vive in due ecosistemi. VIA per i tasti, l’online driver Epomaker per lo schermo. Non è un dramma, ma è oggettivamente meno elegante di una gestione unificata. È corretto precisare che non si tratta del classico software da installare in locale, bensì di un driver online, e questo aiuta a evitare confusione con strumenti proprietari più vecchi o pesanti. Resta però la sensazione di un flusso spezzato.
Dettaglio pratico: quando stacco il mini display, la zona dedicata rimane libera e il ricevitore 2.4G trova facilmente il suo alloggio. Soluzione furba per non perdere il dongle, anche se togliere e rimettere il display frequentemente non è il massimo della comodità. Diciamo che è pensato per essere configurato una volta e lasciato lì.
Autonomia: la batteria che non finisce mai
Otto. Mila. Milliampere. Per una tastiera. Quando ho letto il dato sulla scheda tecnica ho pensato a un errore di stampa, o a uno di quegli ottimismi tipici delle specifiche che poi nella realtà si traducono nella metà. Otto mila mAh sono più di quelli che trovo nel mio smartphone, e sono quasi il doppio rispetto a tante tastiere wireless in commercio.
E nei fatti, cosa significa? Significa che in tre settimane di utilizzo l’ho ricaricata una volta sola. Una. La uso prevalentemente in Bluetooth con il mini display attivo e l’illuminazione RGB spenta, il che aiuta, chiaramente, e il livello di batteria è sceso con una lentezza quasi imbarazzante. Il primo giorno l’ho staccata dal cavo al 100%, e dopo una settimana piena di uso intenso, tipo 6-8 ore al giorno di digitazione tra articoli, mail e chat, ero ancora comodamente sopra la soglia di tranquillità. L’autonomia reale è uno dei suoi argomenti più forti.
Ovviamente, accendendo i LED RGB a piena luminosità la storia cambia. In quel caso la durata si riduce, ma resta comunque buona per la categoria. La ricarica via USB-C richiede diverse ore per tornare al 100%, non è fra le più rapide in assoluto, ma con una batteria di questo tipo il problema si presenta raramente.
In modalità cablata la questione non si pone: la tastiera si alimenta dal cavo e la latenza è quella che ti aspetti da una connessione diretta, praticamente impercettibile. Via 2.4G la situazione è altrettanto buona, con una stabilità del collegamento che non mi ha dato problemi nemmeno in ambienti con molto traffico wireless. Via Bluetooth ho notato qualche microscopica esitazione nei primissimi secondi dopo il risveglio dalla sospensione, ma nulla che impatti l’uso reale una volta che la connessione è stabilita.
Test sul campo
La prova vera l’ho fatta nel modo più naturale possibile: usandola come tastiera principale per tutto, senza eccezioni. Articoli, email, chat su Slack e Teams, coding su VS Code, editing su WordPress, qualche partita serale per staccare il cervello. E la tastiera, che da qui in poi chiamerò semplicemente “la retrò” per non ripetere il nome completo ogni tre righe, ha retto bene quasi ovunque, con qualche distinzione importante da fare.
La digitazione è dove brilla di più, senza alcun dubbio. Il gasket mount ammortizza ogni colpo in modo uniforme e costante, e dopo un paio di giorni di adattamento iniziale, necessari soprattutto per prendere confidenza con il layout e con il feeling generale, il comportamento diventa quasi ipnotico. C’è un ritmo nella pressione che invita a scrivere, una morbidezza che non è cedevolezza ma cushioning controllato. Scrivere un pezzo lungo, come questa stessa recensione, è stato piacevole dall’inizio alla fine, e le dita non hanno accusato fatica anche dopo quattro o cinque ore continuative di lavoro.
I tasti hanno una stabilità buona, con pochissima oscillazione laterale sugli alfanumerici e un wobble contenuto. Gli stabilizzatori degli spaziali, degli Shift e degli Enter fanno il loro dovere senza troppo rattle, anche se qui non siamo ai livelli di stabilizzatori lubrificati a mano che trovi nelle custom da 300 euro. Ma per il prezzo, e considerando che stiamo parlando di un prodotto pronto all’uso, la qualità è assolutamente soddisfacente.
Il secondo giorno di test ho deciso di spostare il numpad a sinistra. All’inizio è stato straniante. Poi, verso il terzo giorno, qualcosa è scattato. Con il numpad a sinistra ho iniziato a usarlo come macro pad improvvisato per le shortcut di Photoshop e Lightroom, e sorpresa, funzionava meglio di qualsiasi soluzione precedente che avevo provato, incluso un macro pad dedicato comprato anni fa e finito in un cassetto. Quando lavoro su WordPress, la combinazione numpad a sinistra più mouse a destra è diventata il mio setup preferito, e non credo che tornerò indietro facilmente.
Sul gaming la faccenda è un po’ diversa, e qui devo essere onesto. Ho giocato qualche sessione a Valorant e diverse ore a Cyberpunk 2077 in modalità cablata, e le prestazioni sono perfettamente adeguate per il gaming casuale. La latenza non è un problema, il polling rate a 1.000 Hz è nella norma, i tasti rispondono bene e l’anti-ghosting con N-key rollover fa egregiamente il suo lavoro. Ma questa non è una tastiera pensata per il gaming competitivo estremo, e sarebbe scorretto farla passare per tale. Il peso, l’altezza del profilo, l’assenza di switch Hall effect e la mancanza di funzioni come il rapid trigger la rendono una scelta decisamente più orientata alla produttività e alla scrittura.
Una sera, per curiosità, l’ho collegata in Bluetooth al tablet mentre ero sul divano con Anubi, il mio pastore belga nero, acciambellato sulle gambe. Scrivere una mail lunga con la tastiera appoggiata in una situazione ergonomicamente discutibile ma narrativamente memorabile: il Bluetooth ha funzionato senza esitazioni. Il passaggio tra i tre dispositivi abbinati è rapido e indolore: Fn+1 per il desktop, Fn+2 per il tablet, Fn+3 per lo smartphone. In un paio di secondi sei operativo sull’altro device, senza dover rifare il pairing.
La cosa che mi ha colpito di più, forse, è la silenziosità. Non avevo aspettative particolari su questo fronte, eppure il sistema fonoassorbente multistrato fa davvero la differenza rispetto a tastiere meccaniche della stessa fascia. Durante una call con il microfono aperto, nessuno dei colleghi si è lamentato del rumore dei tasti. E per una meccanica con switch lineari non è scontato.
Approfondimenti
Il sistema modulare nella pratica quotidiana
Sulla carta, un numpad staccabile sembra un’idea banale. Una di quelle cose che ti fanno dire: beh, potevo comprare un numpad Bluetooth separato e risolvere la questione. E in parte è vero. Ma la differenza sta nell’integrazione: quando il modulo è attaccato, la tastiera funziona come un 98% tradizionale, con una continuità estetica e funzionale che un numpad separato non può dare. Quando lo stacchi, hai un corpo principale più compatto. Non devi gestire due ricevitori, due batterie, due dispositivi. È un unico ecosistema che si adatta.
Ho una scrivania non enorme, 120 cm, con monitor da 27 pollici, lampada, mousepad XL e il solito caos creativo fatto di cavi, penne e tazze di caffè dimenticate, e la possibilità di rimuovere il numpad quando non mi serve è stata una piccola liberazione. Il sistema di riposizionamento è pratico e intuitivo. Non richiede forza eccessiva, ma allo stesso tempo restituisce una sensazione di utilizzo coerente.
La firma sonora
Il suono di una tastiera meccanica è una questione quasi filosofica per gli appassionati. C’è chi insegue il thock profondo e ovattato, chi preferisce il clack secco e definito, chi vuole il silenzio più assoluto. Questa tastiera, con gli switch lineari stock, emette un thock profondo e leggermente sordo, senza risonanze metalliche e senza quel fastidioso effetto di cassa vuota che affligge le scocche in plastica economica.
Per curiosità, ho provato a montare un set di switch tattili che avevo nel cassetto da mesi. L’operazione ha richiesto letteralmente dieci minuti grazie all’hot-swap, e il carattere sonoro è cambiato completamente. Più asciutto, con il bump tattile che aggiunge definizione e personalità a ogni pressione. Un’esperienza completamente diversa, quasi un’altra tastiera. La versatilità acustica c’è ed è reale.
Il mini display: gadget o strumento utile?
Sarò onesto fino in fondo: ero pronto a liquidarlo come puro marketing, una trovata visiva per le foto su Instagram e Reddit. E in parte lo è. Mostrare GIF animate sulla tastiera non cambierà la vita a nessuno. Ma poi ho iniziato a usarlo come orologio discreto mentre lavoro a schermo intero su un articolo, senza barra delle applicazioni visibile, e ci ho preso gusto. Avere l’orario lì, nel campo visivo periferico, è sorprendentemente comodo.
La funzione batteria è utile, il resto è un contorno piacevole. Il punto debole resta la gestione separata tramite online driver. VIA da una parte, personalizzazione del display dall’altra. Non è grave, ma spezza il flusso.
Comfort nelle sessioni prolungate
Ho usato questa tastiera per sessioni continuative da 6-8 ore per la maggior parte dei giorni di test, e la fatica alle dita è stata sensibilmente inferiore rispetto alla mia tastiera precedente. Il gasket mount fa la differenza vera in questo ambito: la morbidezza dell’escursione protegge le articolazioni delle dita dallo stress ripetitivo, ed è un vantaggio che si apprezza pienamente solo dopo diversi giorni di utilizzo continuativo.
L’unico appunto serio riguarda l’altezza del profilo. La tastiera ha una struttura piuttosto alta nella parte posteriore e, senza poggiapolsi, la posizione del polso tende ad estendersi troppo verso l’alto. Con i piedini al livello più basso il problema si attenua, ma un poggiapolsi dedicato sarebbe stato un’aggiunta intelligente. Io ho ripiegato su un vecchio poggiapolsi in memory foam che avevo in un cassetto, e la combinazione funziona bene.
Funzionalità e personalizzazione avanzata
Il supporto multi-OS funziona meglio di quanto mi aspettassi. Lo switch tra modalità Windows e macOS avviene tramite selettore dedicato, e i tasti modificatori si comportano correttamente. Anche su Linux la tastiera viene riconosciuta senza patemi, il che è un sollievo per chi lavora in ambienti misti.
La compatibilità con Android e iOS è un bonus che ho sfruttato più di quanto prevedessi. Collegata allo smartphone via Bluetooth, la tastiera trasforma il telefono in una specie di netbook improvvisato: ideale per scrivere messaggi lunghi, prendere appunti al volo o editare documenti quando non sei alla scrivania.
L’N-Key Rollover con anti-ghosting completo l’ho testato con un tool dedicato, premendo combinazioni di tasti assurde che nella vita reale non capiteranno mai. Risultato: ogni singolo tasto viene registrato correttamente. Per il gaming è una garanzia, per la produttività quotidiana è una di quelle cose che non noti quando funzionano, ma ti fanno impazzire quando mancano.
Una cosa che qui non c’è, ed è giusto dirlo, è il rapid trigger o una regolazione del punto di attuazione. Con VIA puoi rimappare tutto, creare macro, gestire layer, ma non puoi intervenire sulla sensibilità fisica dello switch. È un limite comprensibile, dato che siamo nel mondo degli switch meccanici classici e non delle soluzioni Hall effect.
Pregi e difetti
Pregi
- Design modulare con numpad staccabile e riposizionabile: una volta provato, diventa difficile tornare a un layout fisso
- Batteria da 8.000 mAh con autonomia reale molto elevata in Bluetooth
- Gasket mount e sistema acustico multistrato che regalano un suono profondo e una digitazione morbida, ideale per sessioni lunghe
- Supporto VIA completo per rimappatura, macro e layer senza dipendere da software installati in locale
- Keycap PBT dye-sub resistenti allo shine e piacevoli al tatto dopo settimane di utilizzo intenso
Difetti
- Il mini display richiede l’Epomaker online driver separato da VIA, duplicando inutilmente gli strumenti di configurazione
- Profilo piuttosto alto: senza poggiapolsi il comfort del polso ne risente nelle sessioni lunghe
- Il sistema del numpad è pratico e flessibile, ma non dà la stessa sensazione monolitica e “bloccata” di una tastiera 98% tradizionale in pezzo unico
- Tempo di ricarica non fra i più rapidi della categoria
Prezzo e posizionamento
Il prezzo di listino è fissato a 119 dollari, con la campagna Kickstarter che ha offerto una finestra Super Early Bird a 89 dollari. A queste cifre, la tastiera si inserisce nella fascia media del mercato delle meccaniche wireless, dove la competizione è agguerrita e le alternative non mancano.
Il numpad modulare è il vero discriminante. Se cercate una tastiera con layout adattabile e non volete spendere per una soluzione custom a pezzi separati, la proposta Epomaker è onestamente una delle più interessanti in questa fascia. Se invece la modularità non vi interessa e volete massimizzare la qualità costruttiva al centesimo, un budget leggermente superiore vi apre le porte a soluzioni con scocche più premium.
Conclusioni
Tre settimane con questa tastiera, e mi trovo combattuto nel modo più sano possibile. C’è roba che mi ha conquistato subito e che continua a piacermi: il gasket mount morbido e silenzioso, il suono profondo senza modifiche, la batteria che sembra non finire mai, la possibilità di staccare il numpad e liberare spazio quando scrivo. E poi c’è roba che richiede qualche compromesso e un po’ di adattamento: la gestione divisa tra VIA e online driver per il display, l’altezza senza poggiapolsi, una costruzione che pur essendo convincente non vuole fingersi premium metallica quando in realtà resta una tastiera in ABS ben progettata.
La consiglio senza riserve a chi lavora tanto con la tastiera, alterna sessioni di scrittura a lavoro con i numeri, e vuole una soluzione flessibile che si adatti al proprio workflow invece del contrario. Chi cerca estetica retrò con sostanza moderna dentro. Chi vuole Bluetooth affidabile con un’autonomia che si misura in settimane e non in giorni. Chi ama personalizzare tutto via VIA senza installare programmi invadenti.
La sconsiglio a chi cerca una tastiera da gaming competitivo puro, a chi odia le tastiere alte e non ha intenzione di usare un poggiapolsi, e a chi pretende una scocca in metallo pieno a qualsiasi costo.
Alla fine della fiera, Epomaker ha fatto una scommessa coraggiosa: trasformare la tastiera meccanica da periferica passiva a piattaforma modulare e personalizzabile, con un’identità estetica forte e una dotazione tecnica che regge il confronto con concorrenti più costose. E a questo prezzo, con qualche margine di miglioramento nelle prossime iterazioni, direi che la scommessa è vinta. Se me la chiedete tra un mese? Probabilmente sarà ancora sulla mia scrivania. E il numpad sarà a sinistra.
















