Le Big Tech cinesi possono finalmente acquistare le GPU di Nvidia, eppure questa notizia che sulla carta dovrebbe far brindare l’azienda di Jensen Huang rischia di trasformarsi in una beffa colossale. Perché nel frattempo la Cina ha preso un’altra strada, e il mercato che Nvidia sognava di riconquistare potrebbe non avere più bisogno dei suoi chip.
Facciamo un passo indietro. La guerra commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina ha messo Nvidia al centro del fuoco incrociato. Da un lato, l’azienda doveva dare priorità alle imprese americane per garantire la supremazia nazionale nell’intelligenza artificiale. Dall’altro, c’era un mercato enorme, quello cinese appunto, a cui non poteva vendere i propri prodotti più potenti a causa delle restrizioni imposte da Washington. Lo stesso CEO Jensen Huang ha ammesso che la quota di Nvidia nel mercato cinese delle GPU per IA era scesa allo 0%. Zero. E per mesi ha fatto pressioni sul governo di Donald Trump con un ragionamento piuttosto lineare: la Cina svilupperà le proprie alternative, quindi tanto vale guadagnarci finché si può.
La situazione ha iniziato ad allentarsi verso la fine dello scorso anno e nei primi mesi del 2026. Il Dipartimento del Commercio statunitense ha dato il permesso a dieci aziende cinesi e distributori come Foxconn e Lenovo di acquistare il chip H200, il secondo processore per IA più potente del catalogo Nvidia. Fin qui, ottime notizie. Peccato che l’industria cinese nel frattempo abbia deciso di camminare con le proprie gambe.
Le Big Tech cinesi guardano in casa propria
Alibaba, ByteDance, JD.com e Tencent sono i colossi che, sulla carta, possono ora comprare fino a 75.000 chip H200 ciascuno. Eppure, a quanto risulta, nessuna spedizione è stata ancora effettuata. Il motivo è duplice: da una parte c’è una burocrazia estremamente lenta e restrittiva sulle licenze di esportazione, dall’altra c’è una volontà precisa di puntare sullo sviluppo nazionale.
Tencent, per esempio, aveva già dichiarato a settembre dello scorso anno di non avere intenzione di produrre chip per IA in proprio, ma di voler investire massicciamente in partner cinesi. L’azienda sta adattando la propria infrastruttura per integrare la piattaforma Ascend di Huawei, in particolare la serie Ascend 950, come strumento principale per l’addestramento dei grandi modelli linguistici. Il direttore strategico di Tencent ha confermato di recente che questa linea resta invariata e che la spesa in GPU per intelligenza artificiale progettate in Cina è destinata a crescere in modo significativo.
Alibaba e ByteDance seguono invece un approccio diverso. Se Tencent punta ad acquistare le soluzioni di Huawei, queste due aziende vogliono creare i propri chip. Alibaba sta lavorando a quello che dovrebbe essere il processore RISC-V più potente mai realizzato, mentre ByteDance starebbe cercando di far produrre il proprio chip da Samsung. Entrambe le strategie rispondono a un obiettivo nazionale ben definito: fare in modo che almeno il 50% dei data center statali utilizzi almeno il 50% di circuiti integrati cinesi nei propri server. Questo è uno dei pilastri del Piano Quinquennale cinese e rappresenta esattamente lo scenario che Nvidia temeva e di cui aveva provato ad avvertire Washington.
L’era dell’inferenza e un mercato da 50 miliardi che sfugge a Nvidia
Il periodo di esclusione forzata imposto dagli Stati Uniti ha prodotto un effetto paradossale: ha spinto la Cina a sviluppare almeno tre alternative concrete a Nvidia e a incentivare le aziende già attive nell’IA a costruire il proprio hardware. Questo diventa particolarmente rilevante nella nuova fase in cui sta entrando l’intelligenza artificiale, quella dell’inferenza. L’addestramento dei modelli continuerà a richiedere GPU, certo, ma il prossimo capitolo è quello dell’era agèntica, dove i processori (CPU) giocano un ruolo centrale. AMD, Intel e ARM si stanno già muovendo in questa direzione, e i processori sono un campo in cui Huawei e i giganti cinesi possono competere alla pari, sviluppando chip su misura per i propri modelli.
C’è anche un vantaggio pratico non trascurabile: chi produce i propri chip non deve competere con altri acquirenti in un’epoca di scarsità globale di semiconduttori, e può migliorare sensibilmente i margini di profitto eliminando la dipendenza da fornitori esterni.
Nvidia si trova così in una posizione scomoda. Vuole partecipare a quel mercato, ma sembra che non la si aspetti più con la stessa urgenza di prima. La burocrazia rallenta le licenze di esportazione, i gruppi di pressione legati al “Make America Great Again” si oppongono a qualsiasi accordo con aziende cinesi sostenendo che ogni chip venduto alla Cina è un chip in meno per le imprese americane. Nel frattempo Huawei punta a immettere sul mercato 750.000 chip nel 2026, il triplo rispetto alle consegne del 2025, e Nvidia resta alle porte di un mercato stimato in circa 45 miliardi di euro.
