La proposta di Mistral sta facendo discutere parecchio nel mondo tech e in quello editoriale: un fondo europeo alimentato direttamente dai fornitori di intelligenza artificiale, compresi quelli extraeuropei, che servirebbe a compensare il settore culturale per l’utilizzo di opere protette dal diritto d’autore durante le fasi di addestramento dei modelli. Una soluzione che, sulla carta, prova a mettere d’accordo due mondi che finora hanno fatto fatica a parlarsi.
Il meccanismo immaginato dalla startup francese funziona più o meno così: le aziende che sviluppano sistemi di IA verserebbero contributi in un fondo centralizzato a livello europeo. Quei soldi andrebbero poi redistribuiti a chi produce contenuti creativi, editoriali, giornalistici, musicali e via dicendo. Il punto chiave, però, è lo scambio che sta alla base di tutto. In cambio di questo finanziamento, le aziende otterrebbero una sorta di protezione legale sull’uso di materiale coperto da copyright per il training dei propri modelli. Tradotto: paghi, e in cambio puoi addestrare i tuoi algoritmi senza il rischio costante di cause legali.
Un compromesso tra tutela della cultura e sviluppo tecnologico
Quello che rende interessante la proposta di Mistral è il tentativo di trovare un punto di equilibrio pratico. Perché il problema è reale e noto a chiunque segua il settore: le grandi piattaforme di intelligenza artificiale hanno costruito i propri modelli linguistici attingendo a enormi quantità di testi, immagini e contenuti pubblicati online, spesso senza alcun compenso per gli autori originali. Dall’altra parte, bloccare del tutto l’accesso a questi materiali rischierebbe di frenare l’innovazione tecnologica in Europa, lasciando campo libero ai colossi americani e cinesi.
Il fatto che Mistral includa nella proposta anche i fornitori di IA non europei è tutt’altro che un dettaglio. Significa che aziende come OpenAI, Google o qualsiasi altro operatore che voglia distribuire i propri servizi nel mercato europeo dovrebbe contribuire al fondo. Un modo, insomma, per livellare il campo di gioco e impedire che solo le aziende con sede nell’Unione Europea si trovino a sostenere i costi di una regolamentazione più stringente.
Le incognite sul tavolo restano parecchie
Naturalmente, passare dall’idea alla realtà è tutta un’altra storia. Non è chiaro, per esempio, come verrebbe calcolato il contributo di ciascuna azienda, né con quali criteri si distribuirebbero i fondi ai titolari dei diritti. Il rischio, come spesso accade con i meccanismi di compensazione collettiva, è che i grandi editori e le major dell’intrattenimento finiscano per assorbire la fetta più consistente delle risorse, lasciando le briciole ai creatori indipendenti e ai piccoli produttori di contenuti.
C’è poi la questione politica. L’Unione Europea sta già lavorando all’implementazione dell’AI Act, il regolamento sull’intelligenza artificiale entrato nella fase operativa. Inserire un fondo come quello proposto da Mistral all’interno di questo quadro normativo richiederebbe negoziati complessi tra gli Stati membri e, probabilmente, un dibattito acceso al Parlamento europeo. Senza contare che molte aziende tech potrebbero opporsi a qualsiasi forma di contributo obbligatorio, considerandolo una tassa mascherata sull’innovazione.
