Il disastro nucleare di Fukushima compie quindici anni e il Giappone non ha ancora chiuso i conti con quella tragedia. Le operazioni di bonifica dell’impianto sono tutt’altro che concluse, anzi: si entra ora in una fase nuova, forse la più complessa dall’inizio. La TEPCO, acronimo di Tokyo Electric Power Company Holdings, ha messo in campo un approccio diverso, puntando sulla robotica per tentare ciò che finora è rimasto fuori portata. Si parla di esplorare fisicamente l’interno dei reattori danneggiati, con l’obiettivo di recuperare campioni di combustibile nucleare fuso.
Non è un’operazione banale, per usare un eufemismo. Quel combustibile, durante l’incidente del marzo 2011, si è fuso e mescolato con acciaio, cemento e altre strutture dell’impianto, dando vita a una massa chiamata in gergo tecnico “corium”. Un materiale estremamente radioattivo, difficile da caratterizzare e ancora più difficile da maneggiare. Capire la sua composizione e il suo stato attuale è fondamentale: senza queste informazioni, pianificare una rimozione su larga scala resta sostanzialmente impossibile.
Il robot con il braccio meccanico da 22 metri per Fukushima
Ed è qui che entra in gioco la nuova macchina sviluppata per conto di TEPCO. Si tratta di un robot equipaggiato con un braccio meccanico lungo circa 22 metri, pensato appositamente per infilarsi negli spazi angusti dei reattori di Fukushima. Il compito è triplice: osservare le strutture interne con telecamere e sensori, raccogliere piccoli frammenti di materiale radioattivo e riportare dati utili per le fasi successive della bonifica.
Le dimensioni del braccio non sono casuali. I reattori danneggiati presentano percorsi tortuosi e ambienti dove nessun essere umano potrebbe operare, nemmeno per pochi secondi. I livelli di radiazione in alcune zone restano letali, e proprio per questo la robotica rappresenta l’unica strada percorribile. Negli anni passati, diversi tentativi di esplorazione con robot più piccoli avevano dato risultati parziali: alcuni dispositivi si erano bloccati, altri avevano fornito immagini utili ma senza riuscire a prelevare campioni fisici.
I campioni raccolti sono importantissimi
Il punto chiave è che senza analizzare direttamente il combustibile fuso, gli ingegneri non possono sapere con certezza come si è solidificato, quanto è stabile e quale strategia adottare per la rimozione definitiva. Ogni reattore ha una storia diversa, e le condizioni interne variano enormemente. I campioni che il robot dovrebbe riuscire a raccogliere forniranno informazioni decisive sulla durezza del materiale, sulla sua distribuzione e sulla quantità totale da estrarre.
Le stime parlano di circa 880 tonnellate di detriti radioattivi sparsi tra i tre reattori danneggiati di Fukushima. La bonifica completa dell’impianto resta un processo che richiederà ancora decenni, secondo le previsioni ufficiali. L’avvio di questa nuova fase con il robot a braccio lungo segna comunque un passo avanti concreto: per la prima volta si punta a ottenere un contatto diretto con il materiale più pericoloso presente all’interno della centrale, quello che finora nessuna tecnologia era riuscita a raggiungere.
