Dal Marocco arriva una scoperta che ha fatto sobbalzare la comunità paleontologica. Un mostro marino vissuto tra 66 e 67 milioni di anni fa, lungo oltre 9 metri, è stato identificato a partire da fossili estratti nel bacino fosfatico di Sidi Chennane. Il suo nome scientifico è Pluridens imelaki, e già dalle prime analisi risulta chiaro che questa creatura costringe a ripensare parecchie certezze su un intero gruppo di rettili marini preistorici: i mosasauri della sottofamiglia Halisaurinae.
Fino a oggi, gli halisaurini erano considerati mosasauri di taglia media, nell’ordine dei 4 o 5 metri. Roba rispettabile, certo, ma niente che potesse competere con i grandi predatori apicali dell’Atlantico orientale e della Tetide, quell’antico oceano che separava i continenti. Pluridens imelaki ribalta completamente questa narrazione. Con i suoi oltre 9 metri di lunghezza stimata e un cranio fossile di 1,25 metri, accompagnato dalle relative mandibole, questo animale si piazza nella fascia dei giganti. Un salto dimensionale enorme, che non era stato nemmeno ipotizzato per questo ramo evolutivo.
L’anatomia racconta una storia diversa
Il materiale fossile recuperato non è solo impressionante per le dimensioni. La struttura del cranio e delle mascelle, la forma dei denti, la grandezza delle orbite oculari: ogni dettaglio punta verso una specializzazione alimentare molto precisa. Pluridens imelaki non era un generico predatore opportunista. Occupava una nicchia ecologica propria, distinta da quella degli altri mosasauri che nuotavano nelle stesse acque.
E qui si apre un capitolo affascinante. Se gli halisaurini potevano raggiungere taglie così imponenti e sviluppare strategie di caccia differenziate, allora non erano semplici comparse nel teatro ecologico del tardo Cretaceo. Erano protagonisti di una vera e propria radiazione adattativa tardiva, capaci di diversificarsi in maniera sorprendente sia per biomassa che per comportamento predatorio. Non esattamente il profilo di un gruppo in declino.
Il Marocco si conferma una miniera di scoperte
Il bacino fosfatico marocchino da cui provengono i resti era, all’epoca, una zona di upwelling costiero, cioè un’area dove correnti profonde risalivano portando nutrienti in superficie. Acque poco profonde, ricchissime di vita. Non stupisce che questo sito sia ormai riconosciuto come il deposito di rettili marini più ricco al mondo, con oltre 16 specie documentate nel solo Maastrichtiano superiore, l’ultimo stadio del Cretaceo.
La scoperta di Pluridens imelaki aggiunge un tassello cruciale a un quadro già straordinario. Dimostra che la diversità dei mosasauridi non stava affatto calando nelle fasi finali prima della grande estinzione di massa al limite K/Pg, quella che spazzò via anche i dinosauri. Era, al contrario, in piena espansione. Questo animale rappresenta un caso esemplare di gigantismo evolutivo all’interno di un gruppo che nessuno pensava potesse raggiungere simili proporzioni, mettendo in luce una plasticità morfologica che fino a oggi era stata decisamente sottovalutata.
