La Mary Celeste è probabilmente la nave fantasma più famosa della storia. Ritrovata nel dicembre 1872 alla deriva nell’Oceano Atlantico, in perfette condizioni ma completamente priva del suo equipaggio, ha alimentato per oltre 150 anni teorie di ogni tipo: pirati, ammutinamenti, creature marine, fenomeni paranormali. Nessuna di queste spiegazioni, però, ha mai convinto davvero la comunità scientifica. Ora una nuova ipotesi, decisamente più concreta, potrebbe aver finalmente dato una risposta a uno dei più grandi enigmi della navigazione.
Il brigantino partì da New York il 7 novembre 1872, diretto a Genova, con a bordo il capitano Benjamin Briggs, sua moglie, la figlia di due anni e un equipaggio di sette uomini. Il carico era composto da 1.701 barili di alcol industriale. Circa un mese dopo la partenza, la nave fu avvistata nei pressi delle Azzorre da un altro brigantino, il Dei Gratia. Quando l’equipaggio salì a bordo, trovò la Mary Celeste in condizioni sorprendenti: le provviste c’erano ancora, gli effetti personali erano intatti, non c’erano segni di violenza o lotta. Mancavano solo le persone. E la scialuppa di salvataggio. Quello che è successo in mezzo, tra la partenza e il ritrovamento, è il cuore del mistero della Mary Celeste e la nuova teoria prova a riempire esattamente quel vuoto.
L’ipotesi dell’esplosione fantasma
La spiegazione più convincente oggi ruota attorno proprio al carico di alcol denaturato che la nave trasportava. Alcuni dei barili, secondo le ricostruzioni, erano realizzati in legno rosso anziché in legno bianco, materiale meno adatto a contenere sostanze volatili. Questo dettaglio potrebbe aver fatto tutta la differenza. L’ipotesi è che durante il viaggio, con le oscillazioni dovute al mare e le variazioni di temperatura, alcuni barili abbiano iniziato a perdere vapori di alcol nella stiva.
Quei vapori, accumulandosi in uno spazio chiuso, avrebbero potuto generare una sorta di esplosione a bassa pressione: niente fiamme visibili, niente danni strutturali alla nave, ma un boato improvviso e violento. Una deflagrazione abbastanza forte da far saltare il portello della stiva e spaventare a morte chiunque fosse a bordo. Esperimenti condotti in passato con repliche in scala hanno dimostrato che questo tipo di esplosione è perfettamente compatibile con le condizioni fisiche della Mary Celeste: produce un’onda d’urto significativa senza lasciare bruciature o segni permanenti.
Il capitano Briggs, uomo esperto e prudente, potrebbe aver pensato che la nave stesse per esplodere davvero. In preda al panico, avrebbe ordinato a tutti di salire sulla scialuppa immediatamente, probabilmente legandola alla nave con una cima per restare nelle vicinanze e attendere che la situazione si stabilizzasse. Se quella cima si fosse spezzata, o se il vento avesse preso il sopravvento, la Mary Celeste avrebbe semplicemente continuato la sua rotta, lasciando l’equipaggio indietro su una piccola imbarcazione in mezzo all’Atlantico.
Una teoria che funziona meglio delle altre
Quello che rende questa ricostruzione più solida rispetto alle decine di teorie precedenti è che si adatta perfettamente a tutti gli indizi fisici trovati sulla nave. Non c’erano segni di violenza, il che esclude pirateria e ammutinamento. La nave era in buone condizioni e navigabile, il che esclude una tempesta devastante. Il cibo e gli oggetti personali erano al loro posto, il che suggerisce un’evacuazione rapida ma non caotica.
Nove dei barili di alcol risultarono effettivamente vuoti al momento dell’ispezione, e quei nove barili erano proprio quelli costruiti con un tipo di legno diverso. È un elemento che lega tutto insieme in modo piuttosto elegante. Nessuno dei dieci occupanti della Mary Celeste fu mai ritrovato. La scialuppa nemmeno. Quello che resta è una nave intatta, un carico quasi completo e un equipaggio svanito nel nulla, probabilmente vittima non di un mostro marino o di una cospirazione, ma di una reazione chimica nel momento sbagliato e nel posto sbagliato.
