La crisi di Electrolux in Italia ha assunto contorni drammatici. 1.700 posti di lavoro su 4.000 dipendenti totali nel paese verranno eliminati, lo stabilimento di Cerreto d’Esi chiuderà i battenti e la produzione sarà di fatto dimezzata. Quello che per anni è stato percepito come un modello di relazioni industriali costruttive, ispirato alla tradizione nordica, si è sgretolato nel giro di poche settimane. Barbara Tibaldi, segretaria nazionale della Fiom Cgil, parla apertamente di «rottura di un patto». La dirigente sindacale ricorda che la proprietà svedese aveva sempre agito con una certa responsabilità sociale, anche nei momenti più duri: dall’inserimento di nuove produzioni all’uscita dal lavoro di mille persone, i passaggi erano stati affrontati insieme. Ora, però, la musica è cambiata radicalmente.
Qualche segnale d’allarme, a dire il vero, c’era già stato. Sasha Colautti, referente nazionale industria della Usb, ricorda che durante un tavolo tenuto al ministero qualche mese fa, Electrolux si era già detta insoddisfatta del quadro degli interventi governativi. L’azienda denunciava la concorrenza cinese e lo spostamento dei consumi verso prodotti di fascia bassa e sempre più digitali, terreno su cui i produttori asiatici sono particolarmente competitivi. I numeri parlano chiaro: il mercato è fermo a 83 milioni di pezzi, contro i 90 milioni pre pandemia, con un calo dell’8% rispetto ai dati del 2014. Il 48% del mercato oggi si concentra sotto i 400 euro e la fascia bassa continua a crescere, mentre il prodotto medio si contrae. I produttori asiatici hanno guadagnato una quota di mercato del 6,1%, gli europei ne hanno persa il 5%. Il divario nei costi strutturali è impietoso: l’acciaio costa 540 euro a tonnellata in Cina contro 784 nell’Unione europea, il costo del lavoro è di 5 euro l’ora contro 37, l’energia 114 euro al MWh contro 204. «Quel tavolo doveva essere il primo passo di un dialogo», registra Colautti, «ma non c’è stato seguito e questa cosa è passata sotto le gambe dell’esecutivo».
L’accordo con Midea e i conti in rosso: cosa ha portato Electrolux al punto di rottura
Nel mese di aprile sono arrivati i conti trimestrali in rosso, con ricavi in calo del 9% nel primo trimestre, arrivati a circa 2,7 miliardi di euro. Il risultato operativo è negativo per 266 milioni contro un utile di 452 milioni dell’anno precedente, mentre il risultato netto ammonta a meno 470 milioni contro un utile di 42 milioni. Il titolo Electrolux alla Borsa di Stoccolma è crollato, arrivando a perdere il 24%. Un aumento di capitale da circa 825 milioni di euro non è bastato a tranquillizzare il mercato.
Per Tibaldi, il cuore della svolta è stato l’accordo con Midea, gigante cinese degli elettrodomestici, annunciato a fine aprile e concentrato sul Nordamerica: tre joint venture nei settori frigoriferi e lavatrici, un’operazione presentata agli azionisti come inizialmente costosa, con un impatto negativo di circa 220 milioni di euro. Le due aziende collaboravano da vent’anni tramite contratti di fornitura. La speranza italiana era che la situazione restasse gestibile, come le altre volte. «E invece l’azienda ci ha convocati all’improvviso per annunciare il piano di riorganizzazione», racconta Tibaldi. «Ci hanno chiamati dicendo che devono licenziare più di un terzo del personale, e non è che l’inizio: sono cifre che indicano che vogliono portare via le produzioni a bassa marginalità dal paese. Verso la Polonia, probabilmente, o fuori dall’Ue». Per la Fiom Cgil si tratta non di una riorganizzazione, ma di una dismissione. Se venisse attuata così, sarebbe solo il primo tempo: il secondo porterebbe alla chiusura non solo di Cerreto d’Esi, ma anche degli altri stabilimenti italiani. A Forlì verrebbero chiuse quattro linee su sei, a Porcìa, Pordenone, tagliato il 40% della produzione. Le sigle sindacali hanno convocato uno sciopero che si è tenuto il 12 e 13 maggio, mentre il 25 maggio è previsto un tavolo al ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Il nodo strutturale: energia, acciaio e la sfida europea del settore elettrodomestici
Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm e responsabile del comparto elettrodomestici, definisce il piano «pesantissimo dal punto di vista sociale, e anche un po’ rinunciatario». Ficco allarga lo sguardo oltre il caso Electrolux e punta il dito sui problemi strutturali del settore: costo dell’energia, acciaio e catene di fornitura. «L’Italia non può rimanere una potenza industriale se paga energia e acciaio molto più che nel resto del mondo», ragiona. I cinesi, aggiunge, hanno saputo puntare in maniera pragmatica su tutte le fonti energetiche, mantenendo aperta la porta a nucleare e idrocarburi, con la capacità di passare dall’una all’altra per resistere agli shock. E poi c’è il meccanismo europeo Cbam (Carbon border adjustment mechanism), pensato per scoraggiare la delocalizzazione: il problema, riferito anche da Electrolux, è che l’imposta riguarda i componenti ma non i prodotti finiti.
Sulla stessa linea Ferdinando Uliano, segretario nazionale della Fim Cisl: «A livello globale c’è tutto tranne il libero mercato: dazi, limiti alla circolazione di materie prime, vero e proprio dumping da parte del Sudest asiatico. Da noi c’è una prateria, mentre le nostre aziende all’estero non possono toccare palla». Electrolux, dal canto suo, si è limitata a diffondere una nota in cui definisce il programma parte di un più ampio piano globale «finalizzato a migliorare l’efficienza operativa complessiva e a ottimizzare la capacità industriale su scala globale». L’azienda ribadisce che «l’Italia resta un Paese strategico per Electrolux Group», puntando sulla concentrazione delle risorse sulle gamme a maggior valore aggiunto e sulla razionalizzazione dei volumi produttivi.
