L’Europa resta nel mirino degli hacker, e i numeri raccontano un’escalation che non può più essere liquidata come fisiologica. Secondo l’IBM X-Force Threat Intelligence Index 2026, il 25% degli attacchi informatici analizzati a livello globale ha colpito organizzazioni europee. Due anni fa la quota era al 23%. L’aumento può sembrare contenuto, ma indica una traiettoria chiara: il Vecchio Continente è un obiettivo stabile e crescente.
Non si tratta solo di volume. Cambiano le modalità operative, la rapidità con cui vengono sfruttate le vulnerabilità e il profilo degli attaccanti. L’ingresso dell’intelligenza artificiale negli arsenali cyber ha abbassato le barriere tecniche: oggi individuare falle nei sistemi richiede meno competenze specialistiche e meno struttura organizzativa rispetto al passato.
Finanza nel mirino, ma la minaccia è trasversale
L’analisi di oltre 40.000 incidenti malevoli evidenzia una concentrazione significativa nel comparto finanziario e assicurativo, che in Europa assorbe il 39% degli attacchi. A livello globale, invece, il settore più esposto resta la manifattura (27,7%), segno che le filiere industriali continuano a rappresentare un target ad alto valore.
Parallelamente, i gruppi ransomware sono cresciuti di quasi il 50% su base annua, con un incremento delle vittime dichiarate. La dinamica è sempre più decentralizzata: piccole cellule, meno visibili e più agili, capaci di muoversi rapidamente e monetizzare le intrusioni.
Tra le tendenze emergenti spiccano gli infostealer, malware progettati per sottrarre credenziali. Nel 2025 sono state esposte centinaia di migliaia di credenziali legate anche a chatbot e piattaforme conversazionali, finite poi nei circuiti del dark web. Un dato che segnala come la superficie d’attacco si stia espandendo verso strumenti fino a poco tempo fa considerati marginali.
Un altro vettore in forte crescita riguarda le applicazioni pubbliche non adeguatamente protette: gli attacchi tramite questi canali sono aumentati del 44%, spesso per carenze nei meccanismi di autenticazione.
Supply chain, l’anello debole che si ripete
La catena di fornitura software è diventata uno dei punti più vulnerabili. Componenti di terze parti poco verificati hanno facilitato accessi indiretti alle reti aziendali. I casi di compromissione legati alla supply chain sono quadruplicati dal 2020.
Il modello di attacco si è evoluto: meno strutture centralizzate, più operatori frammentati e difficili da tracciare. Questo rende più complessa la prevenzione, perché non esiste più un unico “nemico” identificabile, ma un ecosistema diffuso.
Le risposte delle aziende restano disomogenee. La spesa per la cybersecurity cresce, ma spesso viene rafforzata solo dopo un incidente. Il settore bancario e le grandi istituzioni sono generalmente più preparati, mentre nel manifatturiero e nelle PMI la cultura della sicurezza resta discontinua. Nel pubblico, invece, gli investimenti legati al PNRR hanno imposto standard più stringenti e risorse dedicate.
Cosa serve davvero
Le misure non sono nuove, ma richiedono disciplina e continuità: hardening delle applicazioni esposte, autenticazione forte, verifica rigorosa dei fornitori software, segmentazione delle reti e simulazioni periodiche di incident response.
Conta anche la governance. Un approccio risk-based, integrato con le strategie di business, riduce il divario tra attacco e reazione. Fondamentale, inoltre, lo scambio di informazioni tra pubblico e privato per intercettare pattern ricorrenti e contenere campagne automatizzate sempre più rapide.
Il quadro delineato dall’IBM X-Force Threat Intelligence Index 2026 non è emergenziale, ma strutturale. La pressione sugli asset digitali europei è stabile e in crescita. Rimandare gli investimenti o considerare la cybersecurity un costo accessorio espone organizzazioni e filiere a un rischio che, oggi, è sistemico.
