Una notifica illumina lo schermo e il resto del mondo scivola fuori campo. Secondo una nuova ricerca discussa in tribunale, l’illusione di protezione offerta dai filtri familiari vacilla proprio dove si crede più solida: nell’uso quotidiano dei social da parte degli adolescenti. Il progetto noto come Project MYST, sviluppato da Meta e dalla Università di Chicago, viene presentato come una lente sulle abitudini digitali di mille ragazzi e dei loro genitori. I dati suggeriscono che il controllo parentale non frena l’automoderazione; al contrario, una pressione percepita come invasiva si associa a pratiche compulsive come binge-scrolling e binge-texting. La lettura fornita dagli autori parla di un uso immersivo dei social come strategia di distrazione da una realtà ostile. Esperienze di stress e traumi, bullismo, famiglie segnate da dipendenze, conflitti domestici, compaiono tra i fattori che spingono a ignorare regole e limiti. L’attenzione non si concentra sull’app in sé, ma sulla funzione che assume: rifugio digitale contro ferite già aperte.
Dal laboratorio al tribunale
Queste conclusioni entrano nel dibattito pubblico durante un processo presso la Corte Superiore della Contea di Los Angeles. Una giovane querelante, Kaley, attribuisce alle piattaforme social effetti su ansia, depressione, dismorfismo corporeo, disturbi alimentari, autolesionismo e ideazioni suicide. L’accusa sostiene che prodotti digitali progettati per trattenere l’attenzione amplifichino fragilità pregresse. La difesa replica richiamando il contesto di vita della ragazza: genitori separati, violenza domestica, isolamento scolastico. Ora, considerando il contesto per intero, l’ambiente digitale alimenta così un circolo che trascina più a fondo chi parte già vulnerabile.
Dal banco dei testimoni, il capo del social Instagram, Adam Mosseri, riconosce che l’uso può diventare una via di fuga da difficoltà personali. L’azienda evita però l’etichetta di dipendenza, preferendo parlare di motivazioni individuali. L’avvocatura della giovane insiste sul fatto che interventi domestici drastici, come il sequestro del telefono, non hanno prodotto cambiamenti duraturi. L’immagine che emerge è quella di strumenti educativi insufficienti quando mancano risposte su traumi e benessere emotivo. La giuria dovrà pesare studi scientifici e testimonianze, decidendo se il design delle piattaforme abbia un ruolo causale o se il problema risieda soprattutto nelle ferite che i ragazzi portano con sé prima di accendere lo schermo.
