Una frase pronunciata in aula ha riaperto una ferita mai chiusa: i social network fanno male ai più giovani? La discussione si è accesa davanti alla Los Angeles Superior Court, dove Mark Zuckerberg ha testimoniato su una causa che chiama in causa il modo stesso in cui vengono progettate le piattaforme digitali. Secondo l’accusa, servizi come Instagram sarebbero stati costruiti per favorire meccanismi di dipendenza. Il fondatore di Meta ha respinto tale lettura, sostenendo che le scelte tecniche mirano a migliorare l’utilità delle funzioni e la qualità dell’esperienza. Documenti interni sono stati richiamati durante l’interrogatorio per mostrare come il coinvolgimento degli utenti figurasse tra le priorità strategiche. Zuckerberg ha replicato spiegando che quelle indicazioni risalgono a una fase diversa e che, col tempo, la linea aziendale si sarebbe spostata verso criteri più legati al valore pratico dei servizi. L’udienza si è trasformata poi in un confronto serrato, con richiami anche alla struttura del potere decisionale interno e al ruolo del controllo azionario.
Giovani, traumi e algoritmi
La causa nasce dalla denuncia di una ragazza californiana che ha attribuito a funzioni presenti su piattaforme come YouTube, Snapchat e TikTok presunti danni psicologici subiti durante l’adolescenza. Secondo la sua ricostruzione, certi strumenti avrebbero amplificato fragilità già esistenti, legate a esperienze traumatiche. Le aziende coinvolte hanno scelto strade diverse: alcune hanno cercato un accordo extragiudiziale, mentre Meta per Instagram ha preferito difendersi in aula. Durante il dibattimento è emersa l’idea che la dipendenza digitale non possa essere letta come una patologia clinica vera e propria, ma come una condizione influenzata da fattori personali e ambientali. Tale tesi ha puntato a spostare l’attenzione dalle piattaforme ai vissuti individuali, ridimensionando il ruolo degli algoritmi nella formazione di comportamenti ossessivi.
Privacy, giurati e nuovi limiti
Un dettaglio curioso ha arricchito poi ancor più il processo. Il giudice ha richiamato il pubblico per l’uso di occhiali smart, vietando registrazioni e analisi con sistemi di intelligenza artificiale in aula. La preoccupazione si è concentrata sulla tutela dei giurati, esposti a possibili riconoscimenti facciali e profilazioni indesiderate. In un procedimento parallelo nel Nuovo Messico, Adam Mosseri ha seguito una linea simile, ribadendo che i social non coincidono con una forma di dipendenza. Ora la parola passa alla giuria, chiamata a stabilire se questa interpretazione reggerà davanti alle accuse. Intanto, il caso continua a riaccendere il dibattito sul rapporto tra tecnologia e salute mentale, con Instagram al centro di una tempesta mediatica che non accenna a spegnersi.
