Due anni possono sembrare pochi, ma nel mondo delle piattaforme online sono un’era geologica. Da quando il Digital Services Act è entrato in vigore, il rapporto tra utenti e grandi piattaforme ha iniziato a cambiare in modo tangibile, e i numeri lo dimostrano con una chiarezza difficile da ignorare: quasi 50 milioni di decisioni di moderazione sono state annullate dopo un ricorso. Post ripristinati, account riattivati, visibilità restituita. Non casi isolati, ma una massa critica che racconta una trasformazione concreta.
Quando gli utenti vincono contro gli algoritmi
Il dato forse più impressionante è un altro: su 165 milioni di decisioni contestate attraverso i meccanismi interni delle piattaforme, circa il 30% è stato ribaltato. Significa che in un caso su tre l’utente aveva ragione o, quantomeno, che la decisione iniziale meritava una revisione. Fino a poco tempo fa, molte di queste scelte restavano opache, difficili da comprendere e quasi impossibili da contestare. Il DSA ha introdotto un principio semplice ma potente: se un contenuto viene rimosso, limitato o se un account viene sospeso, chi ne è colpito ha il diritto di sapere perché e di opporsi.
Interessante notare che nella prima metà del 2025 il 99% degli interventi di moderazione non è stato motivato da contenuti illegali secondo il diritto europeo o nazionale, ma dall’applicazione di termini e condizioni interne. In altre parole, la gran parte delle decisioni nasce da regole private scritte dalle piattaforme stesse. È proprio qui che il regolamento europeo incide di più, imponendo obblighi di trasparenza e motivazione anche quando non si parla di reati ma di policy aziendali.
Un altro tassello importante è il database europeo di trasparenza, che raccoglie in forma aggregata miliardi di decisioni. Non è solo un archivio tecnico: è uno strumento che consente a ricercatori, autorità e società civile di analizzare come funzionano davvero i sistemi di moderazione, quanto pesano gli algoritmi, quanto intervengono gli operatori umani e se le politiche vengono applicate in modo coerente nell’Unione.
Accanto ai reclami interni, sono stati attivati meccanismi di risoluzione extragiudiziale delle controversie. Nella prima metà del 2025 oltre 1.800 dispute relative a contenuti pubblicati su Facebook, Instagram e TikTok sono state esaminate nell’UE, con un ribaltamento nel 52% dei casi conclusi. Percentuali che mostrano quanto fosse necessario un livello ulteriore di controllo, più rapido e meno costoso rispetto a un tribunale.
Il DSA ribalta la moderazione delle big tech
Il DSA interviene anche su altri fronti: introduce la figura dei trusted flaggers, impone limiti stringenti alla pubblicità mirata verso i minori e vieta il targeting basato su dati sensibili. Le grandi piattaforme devono offrire un’opzione per disattivare i feed personalizzati e rendere più chiari i sistemi di raccomandazione. Per i marketplace online arrivano obblighi sulla tracciabilità dei venditori e sulla gestione dei prodotti illegali, con il dovere di informare i clienti coinvolti e offrire rimedi.
Nel frattempo, la Commissione europea e i coordinatori nazionali hanno avviato 16 procedimenti formali per verificare il rispetto del regolamento. È un segnale che il DSA non è solo una cornice teorica, ma un impianto normativo destinato a essere applicato e, se necessario, fatto rispettare. Dopo due anni, la sensazione è che il baricentro si stia spostando: le piattaforme restano potentissime, ma gli utenti non sono più semplici spettatori delle loro decisioni.
