La pressione regolatoria sull’ecosistema digitale europeo torna a farsi sentire. Questa volta al centro dell’attenzione si trova WhatsApp. La Commissione europea ha infatti notificato a Meta una comunicazione formale in cui espone i propri rilievi preliminari. Secondo l’Antitrust comunitario, la piattaforma avrebbe sfruttato la propria posizione dominante. In che modo? Limitando l’accesso agli assistenti d’IA sviluppati da terze parti.
L’ipotesi è che questa scelta possa avere effetti diretti sulla concorrenza. Ciò soprattutto in un settore in piena espansione come quello degli assistenti AI. L’Europa considera WhatsApp un punto di accesso privilegiato per milioni di utenti. Un canale senz’altro decisivo per la diffusione dei nuovi servizi basati sull’IA. Se l’app rimanesse chiusa a soluzioni esterne, i concorrenti più piccoli però verrebbero penalizzati. Essi rischierebbero di restare tagliati fuori da un mercato sempre più strategico.
Per evitare che tale situazione produca effetti irreversibili, la Commissione ha prospettato l’adozione di misure provvisorie. Si tratta di una soluzione che consentirebbe di intervenire senza attendere la conclusione definitiva dell’indagine. L’obiettivo quindi è quello di impedire che eventuali pratiche scorrette compromettano lo sviluppo della concorrenza proprio mentre il settore sta entrando in una fase importantissima.
Il caso WhatsApp tra Bruxelles e Italia e la risposta di Meta
La questione non riguarda soltanto Bruxelles. Anche in Italia l’Autorità garante della concorrenza aveva già avviato a dicembre un procedimento simile, basato sull’ipotesi di abuso di posizione dominante. Se le contestazioni dovessero essere confermate, le autorità europee potrebbero imporre misure correttive senza attendere la fine dell’iter giudiziario.
Meta, però, respinge le accuse e invita alla prudenza. Secondo la società, l’accesso agli assistenti AI non dipende esclusivamente da WhatsApp, perché esistono numerosi canali alternativi. Ne sono un esempio app store, sistemi operativi, dispositivi e partnership commerciali. L’azienda contesta quindi l’idea che le API di WhatsApp-Business rappresentino una porta obbligata per la distribuzione dei chatbot.
Il confronto tra istituzioni europee e big tech fa parte di un contesto più ampio, presso cui le autorità stanno cercando di definire nuove regole per l’intelligenza artificiale e per le piattaforme che la ospitano. Il caso WhatsApp potrebbe diventare uno dei primi banchi di prova concreti per capire come verrà applicato questo nuovo approccio normativo.
